Recensione: ARTPOP. Il pop secondo Lady Gaga

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L’ha intitolato ARTPOP. Stavolta Lady Gaga l’ha sparata grossa.

ARTPOP: un titolo che racchiude un mondo intero, o forse anche di più. Un titolo che richiama alla memoria, ovviamente, Andy Warhol e la sua coloratissima rivoluzione visiva, poi c’è il Pop, con tutte le sue possibili declinazioni e gradazioni, e addirittura l’Arte. Un titolo spregiudicato, ambizioso e oneroso, per un album che non solo era la più attesa uscita discografica dell’anno, ma anche il quarto capitolo della carriera musicale di una delle pop star che più hanno colpito l’immaginario collettivo dai tempi di Madonna.

Che ARTPOP fosse un progetto mastodontico lo dimostra anche il coinvolgimento creativo di Jeff Koons, autore nientemeno che della cover (con citazioni di Botticelli e Bernini), e di Marina Abramovic. Mica bruscolini! Insieme all’album, come già fece Bjork alcuni anni fa, un’app per smartphone e tablet, a siglare ancora di più la volontà di rompere i confini musicali per entrare in quelli di una nuova, fantomatica “pop art”, intesa come arte popolare nella più vasta interpretazione.

E allora ecco sorgere spontanee domande come: ARTPOP segnerà una nuova rivoluzione? Come sarà il suono di questa nuova “Arte”? Ma soprattutto, Lady Gaga sarà all’altezza delle aspettative?

FASE E CONTROFASE. Una cosa è certa: davanti alle 15 tracce dell’album, si resta spiazzati. Lady Gaga non c’è più. O meglio, non c’è più la Lady Gaga che tutti aspettavano.

Abbandonata la dance pura degli inizi, oltrepassato il pop superbo e granitico di The Fame Monster e spenti i riflettori abbaglianti del periodo Born This Way, Gaga è tornata agli anni ’80 più elettronici e li ha fusi in salsa iper-acida a ballate intime, rigurgiti rockeggianti e rime hip hop, in un mare magnum in cui è difficile scorgere un percorso. Ben inteso, Stephanie Germanotta è almeno una spanna sopra le sue colleghe o aspiranti tali, è una che con la musica ci sa fare e un progetto definito, almeno nella sua testa, doveva esserci.

A fare da apripista è la Babilonia sonora di Aura, in cui convivono chitarre mariachi, echi orientaleggianti e distorsioni varie, poi segue la super techno e ruvida Venus.

Sorniona G.U.Y, che conserva echi del passato, mentre Sexxx Dreams si svela fondente come un’amarena glassata (più bella però la versione live presentata in anteprima a Londra a inizio settembre). Per Jewels n’ Drugs Gaga si addentra nei foschi territori dell’hip hop e si avvale dall’aiuto di T.I., Too  $hort & Twista: peccato però che il pezzo non ci azzecchi nulla, ma proprio nulla, con Lady Gaga e con il resto dell’album. Tirata MANiCURE, indifferente il tocco r’n’b di Do What U Want, nonostante il featuring di R. Kelly.

Il momento d’oro  arriva con la title track: ipnotica, suadente, pulsante, quasi onirica. La canzone è una bellissima lezione di pop (anche in questo caso comunque, il live di Londra ne offre una versione incantevole).

Swine stordisce e bombarda di beat, e con Donatella si tocca invece il momento più tamarro: uno sperticato omaggio alla platinatissima stilista italiana di cui sinceramente non si sentiva la mancanza, anche se in fondo il pezzo ha la sua bella carica.

Tocco retrò rivisitato per Fashion!, mordente Mary Jane Holland. Toccante la ballad piano-voce-synth Dope, dove Gaga tira fuori le sue doti, come riesce a fare sempre quando si siede al pianoforte: provate a chiedere a Katy Perry o a Rihanna o a Miley Cyrus di fare qualcosa di simile. E qui si potrebbe ragionare sul perché e sul per come l’italo-americana non scelga di dedicarsi solo a questo tipo di musica, ma sarebbe tempo perso. Anche Gypsy, molto più briosa, non è da meno.

Chiude tutto Applause, rassicurante e easy quanto basta.

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Nonostante le premesse, con ARTPOP più che all’universo popolare, Lady Gaga sembra parlare ai suoi fan, che apprezzeranno questo disco e sapranno gustarlo fino in fondo, chiudendo un occhio sulle scelte più inspiegabili dell’artista. Ma ARTPOP non è per tutti, e per la rivoluzione c’è ancora tempo. Lady Gaga ha voglia di continuare a giocare: forse ha alzato un po’ il tiro, ma qui il profumo del capolavoro non si sente molto. Questo resta un ardito e sfrontato album pop.

Un pop secondo Lady Gaga.

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