Astronauti sulla terra. Intervista ai 60 Frame

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In un panorama musicale italiano attualmente dominato dall’hip hop tradizionale, ogni tanto c’è qualcuno che cerca di esplorare strade alternative.

Questo è il caso dei 60 Frame, giovanissimo trio della provincia di Ascoli Piceno formato da Giorgio Strada (voce e synth) e dai due rapper Daniele Pacazocchi e Lorenzo Giustozzi. Nella loro musica, le rime dell’hip hop si fondono infatti alle atmosfere del rock e dell’elettronica, come ne è prova il primo singolo ufficiale del gruppo, L’astronauta.

Reduce dalla partecipazione al Festival di Castrocaro la scorsa estate, il gruppo ha recentemente preso parte anche al progetto Area Sanremo.

Abbiamo scambiato due chiacchiere con loro…

Il vostro sound fonde hip hop e rock, due generi a loro modo estremi ed entrambi molto diretti. Per il vostro ultimo singolo, L’astronauta, avete però scelto un racconto attraverso una metafora: perché?

In realtà non si tratta di scegliere come scrivere, semplicemente accade. Per noi ogni canzone è una tela bianca e a seconda del nostro istinto creativo iniziamo a scrivere. Solo così riusciamo a dar vita ad un mondo spontaneo e diverso ogni volta. Darsi una strada precisa da seguire non permette di scoprire le infinite vie nascoste delle parole.

 

Il testo del brano è piuttosto pessimista, ma lascia spazio alla speranza: dove potrebbe trovarsi quel pianeta che l’astronauta desidera raggiungere? Fuori dalla metafora, cosa si può fare per rendere meno spaventoso il futuro?

Quel pianeta in realtà si trova semplicemente negli occhi di chi ancora crede nei suoi sogni nonostante ciò che lo circonda, come nel caso dell’astronauta. Uno scenario futuristico post apocalittico, la metafora fa da cannocchiale per osservare oltre la realtà, oltre lo sguardo, solo così possiamo tornare a cavalcare un palloncino.
Per rendere meno spaventoso il futuro? Beh, il futuro è come la paura del buio per un bambino e l’importante è non farsi assorbire e ritrovare il peluche giusto per affrontarlo.

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Il vostro nome prende spunto dai fotogrammi che il cervello umano è in grado di rielaborare per percepire i movimenti, ma voi affermate anche che “l’occhio vede ciò che la mente disegna”.
Come si riversa tutto questo nella vostra musica? Guardando il mondo intorno a voi, la realtà che vi circonda, che cosa vedono i vostri occhi?
La nostra musica ama il surrealismo e questa influenza artistica ha fatto nascere l’aforisma sopra citato, i nostri occhi guardano fuori per poi guardarsi dentro e discutendo il tutto in un piacevole tè con la mente (risata, ndr). Il mondo che ci circonda è solo attrezzatura di scena e noi siamo i registi.

In un periodo in cui l’hip hop fa scintille nelle classifiche italiane, voi proponete un esperimento diverso, allontanandovi dall’hip hop puro e mischiandolo con il rock: avete paura dei rischi, di non essere compresi fino in fondo?

L’arte crea e rimette in discussione ogni volta ciò che già è stato fatto. Il nostro obiettivo è proporre il nostro mondo in tutte le sue sfaccettature. Pensiamo che ogni artista abbia la responsabilità di cambiare un po’ le sfumature di un’epoca. Ci sarà sempre la critica o l’incomprensione, ma basta una sola persona che plasma la sua vita con le nostre parole per dire che qualcosa è cambiato. Si crea qualcosa di nuovo, poi se arriva anche il successo, ben venga, ma il messaggio è fondamentale e questo tipo di hip hop funziona proprio per questo: ha dei messaggi in grado di aprire le menti con facilità.

 

Il vostro background da dove arriva? Quanto pescate dall’Italia e quanto dalla musica straniera?
Il nostro background è molto particolare; veniamo dall’hip hop e dal rock/elettronico e ci fa piacere dire ogni volta che il nostro mondo è influenzato positivamente anche da artisti che hanno fatto la storia del cantautorato italiano. L’estero ci ha sempre affascinato soprattutto l’english, spesso riproposto anche nel nostro modo di vestire.

E come vi sentite all’interno del panorama musicale italiano? Avete in qualche modo la sensazione di essere portatori di una novità?
All’interno del panorama musicale italiano ci sentiamo come promotori di un mondo tutto nostro, estraneo da ciò che fino ad ora è stato proposto; può piacere oppure no, ma sicuramente ci sentiamo di dire che è qualcosa di nuovo.

Recentemente avete preso parte al Festival di Castrocaro, storica manifestazione dedicata agli artisti emergenti: se vi capitasse la possibilità di partecipare a un talent televisivo, accettereste?
Noi con la nostra formazione non siamo molto inclini ai talent show. Sono format che creano il cantante sotto il loro marchio, il loro stampo. Noi preferiamo affacciarci al pubblico con il nostro prodotto incontaminato.

Avete preso parte ad Area Sanremo: se un giorno si dovesse concretizzare l’opportunità di salire sul palco dell’Ariston, con quale spirito affrontereste l’esperienza?
Calcare il palco di Sanremo significherebbe per noi il raggiungimento di un obiettivo rincorso da tempo, è il sogno di ogni artista, inutile negarlo, perché Sanremo è Sanremo, no?

Avete già definito un progetto per un album?
Il nostro album è in continua evoluzione. Diciamo che è quasi pronto da un bel po’ di tempo, ma continua ad osservare il panorama dallo studio. Stiamo aspettando il momento giusto in cui possiamo dire ok, è pronto davvero. Presto farà il suo ingresso.

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