LIVE REPORT: Baustelle, Minimal Fantasma Tour, Torino, Teatro Colosseo

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Avere a che fare con i Baustelle è sempre un po’ un’esperienza mistico-trascendentale. Che li si ascolti su CD o si abbia l’occasione di assistere a un loro concerto, l’impressione è quella di riceverne una sorta di misteriosa illuminazione.

Non perché il gruppo si proponga di declamare chissà quali verità di salvezza al proprio pubblico: a questo tipo di supponenza sono già arrivati molto altri artisti, ma fortunatamente Bianconi e soci non sono stati ancora, e spero mai loro saranno, colpiti da questa fastidiosa sindrome. Semplicemente, nelle parole e nelle musiche dei Baustelle si respira incredibilmente vita, la vita vera, quotidiana, noiosa, monotona, imprevedibile, meravigliosa vita. Quasi fossimo in presenza di una liturgia laica (mai profana!), in cui gli dei sono tanto presenti quanto invisibili e lontani, e al posto di storie di nascita, morte e risurrezione divina si parla di caduta, disperazione e splendore umano.

FASE. Per questo Minimal Fantasma Tour, dopo il trionfo dei concerti in primavera ed estate, i Baustelle hanno voluto spogliarsi, togliere orpelli alle canzoni e presentarle in una versione più scarna, acustica, accompagnati da un quartetto d’archi.

Avevo avuto occasione di ascoltarli a luglio, nella superba cornice della reggia di Venaria, nei pressi di Torino, e avevo assistito a uno spettacolo di decadenza barocca, in cui a trionfare su tutto era la morte, assoluta protagonista dell’ultimo album, Fantasma.

Lo scorso 18 dicembre, al Teatro Colosseo, nella capitale sabauda, mi aspettavo invece una serata più intima, più raccolta, sussurrata diciamo così, non fosse altro che per l’ambientazione teatrale. Incredibilmente, è stato quasi l’opposto.

I nuovi arrangiamenti pensati per questa tournée hanno paradossalmente arricchito i brani di nuova enfasi, rendendoli in molti casi ancora più efficaci. Momenti di massima tensione, Il futuro, vera cattedrale sonora, e Nessuno, estratti dall’ultimo lavoro e dotati di una sorprendente maestosità. Molto graditi i revival dai primi dischi, come La moda del lento, contenuta nell’omonimo album che quest’anno ha segnato i 10 anni dalla pubblicazione.

La maestria del gruppo si è svelata bene nelle cover, in particolare in Signora di una certa età, ripresa di Lady Of A Certain Age dei Divine Comedy, tradotta in italiano e già proposta varie volte negli anni, e Stranizza d’amuri di Battiato.

Francesco Bianconi si confermato il poeta dandy che è sempre stato: pochi, pochissimi come lui hanno la capacità di raccontarci ciò che siamo mantenendo quel naturale e invidiabile distacco fisico ed emotivo. Sul palco non una parola di troppo, nessun eccesso da protagonismo. Radiosa Rachele Bastreghi, alle prese anche con i tamburi.

Un concerto minimal, che di minimal ha davvero avuto poco se non l’intenzione e gli elementi tecnici. Per il resto, tutto era amplificato, solenne e decadente come i Baustelle sanno essere.

CONTROFASE. Peccato per Le rane e per tutti quegli altri brani che ci si sarebbe aspettati di ascoltare, ma che, forse per la struttura di questo tour, non sono entrati in scaletta.

E peccato per quei buchi vuoti in platea (pochi a dir la verità), che non rendono giustizia a uno dei più grandi gruppi che l’attuale scena musicale italiana può vantare.

Roberto Pancani

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