Arricchite la memoria! Intervista al Collettivo Ginsberg

collettivo ginsberg volti
Come poter inscatolare un mondo in un disco?

Chiedetelo al Collettivo Ginsberg, una delle realtà più complesse e affascinanti che la scena musicale italiana (indie e mainstream) possa vantare. Se non fosse troppo azzardato, si potrebbe parlare di un unicum.

Il quintetto romagnolo, formato da Cristian Fanti (voce), Federico Visi (chitarre elettriche, Moog), Alberto Bazzoli (pianoforte, organo, Fender Rhodes), Gabriele Laghi (contrabbasso) ed Eugenioprimo Saragoni (batteria, percussioni), nella sua musica e nei suoi testi taglia, cuce, rimescola, innesta culture, epoche, nomi, influenze e citazioni attinte da ogni campo dell’arte, in quello che viene definito “cut up“. Un ‘operazione, già teorizzata dai dadaisti, che non riguarda solo il suono e la scrittura, ma anche l’immagine: esempio ne è il video di Canto erotico primitivo, estratto dall’ultimo album ASA NISI MASA (vi dice nulla questo titolo? Se siete amanti del mondo magico di Fellini, probabilmente sì…).

Addentrarsi nel loro universo è un viaggio zeppo di sorprese, come testimonia questa generosa chiacchierata fatta con Cristian, cantante del gruppo.

Asa Nisi Masa: un titolo-mondo. C’è sicuramente un omaggio a Fellini e al suo universo onirico, ma l’impressione è che dietro la scelta di questo titolo ci sia dell’altro, un messaggio più profondo… Sbaglio?
Dare un nome a un disco è un po’ come darlo ad un figlio: quando abbiamo scoperto il significato di Asa Nisi Masa, ovvero A-NI-MA, ci è subito sembrato che calzasse a pennello, soprattutto per quel che riguarda la parte letteraria del lavoro. Nei testi, più o meno volotariamente, si è cercato di affrontare quelle quattro tematiche universali che riguardano l’Essere Umano in senso stretto: Vita, Amore, Dio, Morte. Ci piace considerare Asa Nisi Masa, e il precedente De La Crudel come un concept sull’animo umano e le sue contraddizioni; essendo, inoltre, la frase apotropaica che usano i bambini di 8 ½ di Fellini diciamo che, oltre alla citazione, volevamo proprio dare una pennellata esoterica all’album.

La vostra terra, la Romagna, vi influenza molto, sia nei testi che nelle tematiche: perché avete scelto di lasciar trasparire questo legame così forte con le vostre origini?
Siamo il prodotto di una cultura globale sviluppatasi però entro certi confini territoriali e sociali; riteniamo di fondamentale importanza questo piccolo dettaglio al punto tale da aver scelto di utilizzare anche la lingua dialettale per la narrazione di determinati testi all’interno del lavoro complessivo. Pensiamo che, affrontando l’analisi delle musiche e dei testi, aver presente, anche a grandi linee, da quale macro-universo social-culturale è nato il tutto, possa essere un valore aggiunto a quello che già è il merito musical-culturale del progetto stesso. Voglio dire, senza fare comunque inutili campanilismi, negli USA se una band è di New-York o di Los Angeles lo si sa, è un dettaglio importante e – molte volte – lo si nota anche dal sound stesso: pensate ai Velvet Underground e ai Doors, giusto per citarne due a caso dello stesso periodo storico, vi immaginate Morrison & Co. comporre i primi brani sulle spiagge gelate della east coast, oppure Reed che si fa le pere sotto una palma a Venice Beach? Beh, con un po’ di sforzo probabilmente si, però sono certo che il suono avrebbe avuto connotati completamente diversi. Detto questo, non esiste un sound romagnolo ma vogliamo fare sapere a tutti che le nostre radici stanno li, da li partiamo per le nostre esplorazioni sonore e li si ritorna una volta concluso il viaggio.

In generale, pensate che gli artisti siano sempre condizionati dalla cultura e dalla tradizioni dei luoghi di nascita?
Non credo che gli artisti siano sempre condizionati dalla cultura e dalle tradizioni dei luoghi di nascita, ma quando un artista riesce a farsi penetrare da quello che è il vissuto, sociale e culturale della gente della propria terra, quando riesce a capire, quando trova la forza per approfondire, ricercare, curiosare in quello che è stato il passato, la vita di tuo padre, del padre di tuo padre, allora tutto assume un valore di un altro livello. Non stimo di meno un ricercatore che decide di approfondire le radici musicali del liscio romagnolo rispetto ad uno che si dedica anima e corpo, pur essendo bianco come il latte, alla ricerca applicata alla musica africana, per esempio: lo stimo diversamente e forse anche un po’ di più, perché va ad approfondire qualcosa che direttamente lo riguarda in prima persona, se non altro per una questione geografica. Perché la memoria non è una candela accesa al sicuro sotto una teca di cristallo, la memoria va coltivata, va arricchita, va tramandata, contestualizzandola con quello che è l’epoca in cui si vive, occorre non lasciare mai spegnere quella fiamma, perché un futuro senza passato non può essere. Il progetto è nato con due album autoprodotti in inglese, abbiamo deciso di cambiare lingua perché – in un certo senso – non ci si sentiva a proprio agio in quei panni. Solo tramite questo senso di appartenenza, questa volontà di ricerca e questo dovere di tramandare – contestualizzando, perché questa è la chiave di volta dell’intero ragionamento – si può creare qualcosa che potrà durare nel tempo oltre le futili e passeggere mode del presente.

Perché definite il vostro stile “no wave” e “voodoo blues”? E cosa significa per voi fare blues oggi?
Mah, non saprei, forse semplicemente perché erano termini che ancora nessuno aveva accostato gli uni agli altri, o forse si. In realtà chissenefrega, la critica ha bisogno di aggettivi con i quali catalogare e descrivere la musica, perché molte volte non saprebbe come parlarne data l’incapacità di alcuni cosiddetti critici, che tanto amano riempirsi la bocca di parole senza poi arrivare a una conclusione. Comunque, diciamo che nelle musiche c’è molta no wave, molto blues, molto voodoo, ma anche molto rock, molto cantautorato, molto free-jazz, molto prog, molto di molto, forse troppo perché poi il nostro lavoro è uno di quelli che non sai mai bene come definire; quindi dovendo sceglierne abbiamo scelto quei quattro termini.
Fare blues oggi è una questione di attitudine, né melodica né armonica, semplicemente di spirito; chiaramente i nostri gusti musicali sono tutti molto inclini al blues e al jazz, alla musica nera, ma non vogliamo essere etichettati come dei blues-man. Non penso ci inviteranno mai a suonare alle classiche rassegne blues, dove il blues è il blues delle origini, il blues dei fondamentalisti. Vorrei citare due righe scritte da Rockerilla, perché sono una perfetta risposta a quella che è la domanda: “Il respiro futurista delle tessiture e l’ambizione letteraria sfacciata collocano il CG sulla scia di tutti coloro (…) che hanno rieducato il blues trasfigurandolo in uno strumento d’avanguardia.”

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La vostra musica (e il vostro stesso nome…) è intrisa di riferimenti culturali, attinti da ogni ambito artistico, soprattutto letterario. Non avete paura che il pubblico possa sentirsi disorientato e non riuscire a cogliere in pieno i vostri messaggi?
Non abbiamo paura, ma è esattamente quello che accade: ci rendiamo conto che a un primo ascolto ciò che facciamo non è così semplice come riteniamo esso sia. Siamo difficili perché la nostra musica è complessa, il che, è meglio ricordarlo, non significa complicata. Tutti i riferimenti, le citazioni, non vogliono essere un semplice far sfoggio di quella che è la nostra cultura musicale o letteraria che sia: non siamo una vetrina di un centro commerciale dove è esposto tanto di quello, tanto di quell’altro, in bella mostra li a luccicare sotto i neon asettici di un immenso capannone adibito per le feste di fine anno. Noi siamo la bottega del minusiere che prende un po’ di ebano, un po’ di ciliegio, un po’ di pietra, un po’ di sterco e ne ricava una creazione nuova e antica allo stesso tempo. Le citazioni di Pasolini, di Miller, del canto Tuareg non sono li per poter dire “Visto? Io leggo roba pesa”. Ognuna di esse è stata lavorata per essere incastonata nel discorso complessivo relativo al brano in oggetto, alle musiche, al senso generale. Inoltre manca la curiosità, la volontà di stupirsi. La mancanza di attenzione verso una determinata cosa è dovuta anche al fatto che si tende a standardizzare il prodotto, a uniformare la forma e il contenuto sui dettami di quello che più di tutti funziona, rende, vende. Se c’è una cosa che mi rompe davvero il cazzo sono quei dischi che non sanno di niente, tutti uguali, dal primo all’ultimo brano. E per “uguali” non intendo brani strutturati in maniera simile, mi riferisco all’intenzione, al sentimento, alla voglia di genio che manca. Dato che oggigiorno si tende a dare più importanza alla forma che alla sostanza, e nella cultura poi questo è un cancro che non dovremmo far dilagare oltre misura, nel nostro piccolo cerchiamo di andare contro corrente e di fare del nostro meglio per dare un contributo positivo alla cultura e ai tempi in cui viviamo, pur sapendo di poter non essere compresi.

“Nulla si crea e nulla si distrugge” recita un principio della fisica. In un certo senso, è un po’ lo stesso principio che regola la pratica del “cut-up”. Come vi è nata l’idea di riprendere questa tecnica?
Ci sembrava la cosa più naturale da fare. Dicevamo prima che siamo il risultato di una cultura globale cresciuta in un determinato territorio geo-socio-culturale, la purezza si è perduta qualche millennio fa, siamo un melting pot di cose, il nostro sapere è un mix di informazioni, i nostri vestiti sono prodotti per lo più in Cina ma abbracciano stili diversi. Insomma, noi stessi siamo un cut-up senza sapere di esserlo. Anche la musica popolare non è più la musica popolare di una volta; certa musica popolare dovrebbe essere catalogata come tradizionale, perché oggi la musica popolare è quella dei talent show, non quella delle aie di campagna. Insomma, crediamo che il cut-up come scelta artistica sia ciò che più è congeniale alle nostre corde, inoltre anche qui si è riesumato un termine per descrivere una cosa che a noi risulta realmente naturale (cioè fare le cose così come le facciamo, senza nessun obbligo intendo), perché poi finisci che fai del cut-up anche quando non vorresti o non ti sei prefisso di farlo!

Una delle accuse più spesso rivolte ai musicisti (soprattutto nella musica leggera pop) è quella del “plagio”: voi che giudizio ne date?
“Il Talent Show è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli.” Karl Marx.

Come vedete il rapporto tra musica e immagine?
“Music is like a fotomontage. Generations before influences us in so many ways. Collettivo Ginsberg is in a way like me, they live in 2013 and try to reflect the past and the present.” Nel contributo video di Tim Roeloffs per il video Canto Erotico Primitivo, prima dei titoli di coda, dice questa cosa, e mi sembra che sia un bel modo di descrivere il modo (cut-up) e l’immaginario del nostro comune fare arte. Tim è l’artista che ha firmato le copertine di Asa Nisi Masa e De La Crudel e i suoi fotomontaggi sono stati la miccia che ha destato il nostro interesse per la tecnica cut-up. Inoltre la collaborazione con Alessandro Di Renzo nel progetto How To Cut Up ha ampliato decisamente i nostri orizzonti utilizzando quelle che erano le nostre visioni, rispetto alle diverse tematiche proposte, per comporre quello che poi è stato il video clip. Diciamo che tenteremo anche in futuro di riproporre collaborazioni simili, il progetto Collettivo è anche questo.

Il fatto di definirvi un “collettivo” implica qualche particolare conseguenza sulle modalità del vostro lavoro e sulla genesi della vostra musica?
Implica per lo più il fatto che è una creatura in continuo mutamento e ciò di conseguenza incide anche sulle modalità di lavoro e sulla genesi musicale. Implica il fatto di porre fiducia negli altri musicisti e nella loro visione della musica, nelle loro idee, intuizioni, scelte, gusto personale. Il nostro faro è sempre la canzone, l’opera, ognuno di noi si mette a disposizione per quello che è l’obiettivo comune.

Come giudicate l’esperienza con Musicraiser? E’ un valido aiuto per gli artisti emergenti?
La raccolta fondi ci ha permesso di coprire le spese di produzione di Cd-Lp per Asa Nisi Masa, il che non è poco; siamo stati inoltre invitati a suonare al party per il primo compleanno della piattaforma Musicraiser lo scorso ottobre, bella esperienza nella quale si sfruttano i gruppi come noi che hanno voglia e bisogno di suonare facendogli fare centinaia di chilometri per una pizza e quattro birre. Però comunque bella esperienza, ci ha aperto gli occhi. Cosa posso dire, vale la pena farlo, ma purtroppo non credo possa essere il futuro. Parliamo chiaro, siamo tutti talmente tanto squattrinati che non ci si può permettere di essere dei mecenati con chiunque, perché poi anche li il discorso “qualità” è importante. Personalmente ho contribuito a qualche progetto, progetti creati da amici musicisti, persone che conosco, perché so che hanno fatto o farebbero altrettanto per me. Sta tutto nella fan-base, nella popolarità del progetto. Il found-raising non è la soluzione, è una delle soluzioni, ma non può essere l’unica. Se lo Stato non vuole o non può finanziare direttamente i gruppi musicali, teatrali, letterari ecc, che almeno fosse previsto un finanziamento (basato su un serio ed equilibrato principio di rapporto qualità/quantità delle proposte) per il circuito di locali, teatri, gallerie ecc, che dovrebbe essere la valvola di sfogo di ogni progetto artistico. Se poi non hai un circuito di locali, teatri, centri culturali ecc, a cui poter proporre il tuo live, che cazzo te ne fai di 250 vinili?

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