Voi uscireste di casa in pigiama? Intervista a Marco Sbarbati

Marco Sbarbati_2

La storia di Marco Sbarbati sembra una perfetta sceneggiatura di un film: partito nel 2008 da Macerata e diretto a Bologna per frequentare l’Università, nella sua testa i pensieri dello studio hanno sempre lasciato un po’ di spazio a quelli per la musica.

Così, spinto anche da una ragazza americana conosciuta nella capitale emiliana, Marco inizia a cantare e suonare la chitarra per le strade della città, finché una sera del 2011, in piazza Maggiore, tra i passanti che si fermano ad ascoltarlo c’è un signore che di musica un po’ se ne intende. Si chiama Lucio Dalla, e gli propone di lavorare insieme. Dopo la realizzazione di I don’t wanna start, nella colonna sonora del film AmeriQua di Marco Bellone e Giovanni Consonni, il destino ci ha messo la sua parte, e il 1 marzo 2012 Dalla se n’è andato.

Nel 2012, attraverso un hangout su Google, Marco ha il primo incontro con Caterina Caselli, a cui segue l’approdo in Sugar.

A fine 2013 Marco Sbarbati ha pubblicato il suo primo singolo, Backwards, un’esortazione a guardare con positività i forzati ritorni agli inizi. Perché ricominciare non significa per forza dover ripartire dallo stesso punto.

Da Macerata ti sei trasferito a Bologna per studiare…
Comunicazione al DAMS.

Com’è stato l’arrivo nella nuova città?
Traumatico! Non conoscevo nessuno e non avevo l’aiuto di mamma e papà nella ricerca della casa.

Poi hai iniziato a suonare per strada, grazie anche all’aiuto di un’amica americana, Spring. Tu hai mai pensato di andare all’estero?
Spring mi ha dato l’impulso per iniziare. Lei lo faceva da tempo, e guardandola ho pensato che potevo farlo anch’io. All’estero no, non ci ho mai pensato: qui sto bene. Oggi tra i ragazzi va tanto di moda Londra, sono in tanti a tentare questa carta, ma io non ho mai sentito la necessità di trasferirmi fuori dall’Italia. Dopo tutto, Spring, per trovare lavoro, dall’America è dovuta venire qua in Italia, per cui perché io mi dovrei trasferire all’estero?

La tua esperienza con la musica era comunque già nata a Macerata, dove avevi una band punk-rock…
Sì, The Shabbies. Avevamo anche già inciso dei pezzi. Ci dicevamo che eravamo bravi in studio, ma a dire il vero dal vivo eravamo un po’ scarsini… Poi le nostre strade hanno iniziato a dividersi e diventava sempre più difficile trovarci, comunicare tra di noi, per cui abbiamo lasciato perdere.

Poi a Bologna, nel 2011, c’è stato quell’incontro speciale con Dalla: come lo ricordi?
Stavo suonando in piazza Maggiore. Lui si è avvicinato e non si è limitato a farmi i complimenti. Mi ha lasciato il suo biglietto da visita e mi ha detto: “Facciamo un disco insieme”. Certo, un disco è un grosso impegno, comunque la collaborazione c’è stata davvero! Lucio era una persona che non si faceva problemi a coinvolgere gli artisti che gli piacevano: una volta, sotto casa sua, c’era un gruppo di ragazzi stranieri che suonavano il violino. Lui è rimasto colpito e li ha chiamati.

Prima di incontrare Lucio, scrivevi solo in inglese: è stato lui a convincerti a provare a scrivere anche in italiano?
In un certo senso sì, ma non me l’ha ordinato. Non l’avrei mai fatto. Mi trovavo più a mio agio con l’inglese perché è una lingua più semplice, mi riesce più spontaneo scrivere in inglese. Lui mi ha fatto capire quelle che erano le mie potenzialità con l’italiano.

Oltre a suonare per strada, per far conoscere la tua musica ti sei appoggiato anche a Internet, attraverso Youtube. Come vedi il rapporto tra digitale e musica? Molti vedono il web come una rovina, per altri invece è una salvezza…
Uh! Domandona! Beh, siamo sinceri: tutti abbiamo scaricato gratuitamente almeno una volta un album da Internet. Sarei ipocrita se dicessi di non averlo mai fatto. Credo però che Internet ti permetta di arrivare con più facilità alle persone. In molti ascoltavano le mie canzoni su Youtube e poi venivano ad ascoltarmi in strada, mi seguivano. Inoltre, Internet è molto utile per conoscere nuovi artisti: io per esempio ho scoperto così Damien Rice. Ho sentito i suoi brani in Internet, mi sono piaciuti e sono andato a comprarmi i CD. Alla fine, se un artista ti piace davvero, il disco lo compri. Certo, le case discografiche dovranno prendere atto di questa situazione e adeguarsi.

Parliamo di Backwards: a te è capitato di dover ripartire dall’inizio?
Sì, tante volte! Ma in fondo è bello, fa bene! Perché non riparti mai nella stessa situazione di prima, ma ogni volta lo fai con occhi nuovi, con più esperienza. A volte ripartire serve.

Cover Backwards_B

Di solito che musica ascolti?
Di tutto! Qualunque genere. Posso dirti Rancid, Nirvana, Bon Iver… Ma i nomi sarebbero troppi…

C’è qualche artista con cui ti piacerebbe lavorare?
Anche qui la lista sarebbe davvero infinita. Faccio un nome: Elisa. Ha cantato con Ligabue, Giuliano Sangiorgi, ma non so se ha fatto anche duetti in inglese…

Con Tina Turner, in Teach Me Again
Ah, beh! Tina Turner… Non c’è gara! Ma anche con Antony Hegarty (cantante del gruppo Antony & The Johnsons: con Elisa ha cantato Forgiveness, ndr): lui è straordinario! L’ho sentito a Verona, insieme a Battiato: stupendo!

Backwards anticipa un album?
Non proprio un album, ma un EP. Saranno cinque tracce: tre in inglese e due in italiano. Sarà prodotto da Corrado Rustici. Sarà molto rock, perché tutti mi vedono come il ragazzo con la chitarra, ma a me piace anche altro.

Hai pensato a un’alternativa alla musica?
Penso che mi dedicherei comunque a un lavoro artistico. Mi piacerebbe occuparmi di videomaking e poter realizzare i miei video un giorno.

Che propositi hai per il 2014?
Essere felice! (ride, ndr) Scherzi a parte, voglio star bene. Mi basta questo. E poi devo finire la tesi…

Quando pensi di laurearti?
Se finisco in tempo, a marzo.

Su cosa è la tesi?
Sul nostro modo di rappresentarci nei social network.

E come ci rappresentiamo nei social network? Tempo fa, avevo letto che sono strumenti che creano invidia e frustrazione, perché ci costringono a confrontarci con gli altri, e di solito le persone mostrano solo le cose più belle…
Sì, ma questo vale anche nella vita reale. In fondo, tutti tendiamo a mettere in mostra i nostri lati migliori, anche senza volerlo siamo tutti un po’ narcisi. Anch’io, che non sono fissato con la cura dell’immagine, non posso dire di vestirmi come mi capita… Nessuno uscirebbe mai in pigiama solo perché non è un patito di moda…

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