Uno tsunami chiamato Braccialetti rossi. Intervista a Niccolò Agliardi

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“Hai guardato la prima puntata?” chiede subito.

Niccolò Agliardi non è entusiasta. Di più. E ne ha tutte le ragioni.

E’ lui infatti il direttore musicale e l’autore dei nove inediti della colonna sonora di Braccialetti rossi, la nuova fiction di Rai 1 partita lo scorso 26 gennaio (in onda ancora per cinque puntate la domenica sera) e accolta con calore dal pubblico. Al centro ci sono le storie di sei ragazzi ricoverati in ospedale, che tra paure, sofferenze e soprattutto speranze,  formeranno un solido gruppo.

Una fiction disincantata e priva della solita retorica, piombata nella vita di Agliardi come un fiume in piena.

Come sei arrivato a comporre le musiche per questa fiction?
E’ stata la volontà di Carlo Degli Esposti, il produttore di Palomar. Cercava uno bravo, che avesse dei requisiti, e io prima di essere “assunto” per Braccialetti rossi ho dovuto superare delle prove di resistenza. Resistenza alla commozione. La serie spagnola, che ho visto il primo giorno con Carlo, mi ha tirato grandi schiaffoni morali. Allora ho desiderato fortemente anch’io diventare un “braccialetto rosso”, come canta Facchinetti nella sigla, e ho fatto di tutto perché questo accadesse. Ho capito subito la potenza di questa storia, che ha anche dei confini di favola: si parte dal dolore, ma si arriva da tutt’altra parte. E’ un viaggio di abbellimento, di crescita dei ragazzi, ma anche mia, perché ho subito una vera rivoluzione scrivendo queste canzoni. Ho vissuto quattro mesi con i ragazzi, i miei “fratellini”, per me è stata un’esperienza inedita. Non mi sono mai dimenticato che stavo lavorando, stavo scrivendo un disco a uso e consumo della serie, per cui dovevo far sì che il mio ruolo di musicista e cantautore venisse protetto e rispettato, ma poi è successa qualunque cosa.

Ho passato un’estate con i protagonisti, mi sono fatto correggere se loro non comprendevano alcune cose sulle canzoni, ho cambiato linguaggio in corsa, sono stato composto e riassemblato emotivamente e professionalmente. Finora nella mia vita non c’è mai stato nulla di così impattante.

Mi sembra che l’Italia abbia risposto molto bene.

Questo disco è proprio una fotografia fedele di quello che ho vissuto, delle amicizie che sono nate con i ragazzi, che in qualche occasione cantano con me. E’ un bel lavoro fatto con la mia band, The Hills: con loro avevo già preparato il mio nuovo album appena prima che arrivasse lo tsunami di Braccialetti rossi. Adesso aspettiamo che si asciughi e faccia crescere nuove piantine, e allora ci sarà anche spazio per il mio album.

E poi  ci sono gli amici che hanno scelto di aderire a questo progetto: Ermal Meta, Il Cile, Edwyn Roberts e Greta, che hanno fatto Amici lo scorso anno, Simone Patrizi, un vecchio amico, che ha cantato un pezzo reggae con la sua voce calda, Emma, con un brano molto delicato sull’anoressia, Laura Pausini e Francesco Facchinetti. E ci sono io, che ho cantato tre dei pezzi che mi stanno più a cuore.

E qual è stato il percorso che hai seguito per scrivere i brani?
E’ stato un percorso molto legato alla sceneggiatura e alla volontà del regista, Giacomo Campiotti, che aveva le idee molto chiare: io sapevo di dover mettere da parte un po’ di Agliardi a favore dei protagonisti. E’ stato un esercizio molto importante e molto utile per me. Questo dal punto di vista professionale.

Umanamente è stato facilissimo: è bastato essere stato abbracciato dai sei ragazzi che hanno abbracciato l’Italia in tv. Io però li ho vissuti la mattina, a colazione, sul pullmino, sui go-kart, al mare, sempre dopo le sette di sera perché non potevano prendere il sole per ragioni sceniche.

E’ stata un’operazione abbastanza rivoluzionaria. Su di me lo è stata di sicuro. Si sente che è qualcosa di vero. E’ fiction, ma molto aderente alla realtà.

Era la prima volta che scrivevi musiche per una fiction?
Sì, esperienza inedita! In genere per questo tipo di lavori si decide il tipo di canzone, si fa il contratto con l’editore e la si compra. Qui è stato tutto diverso, tutto nuovo.
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Braccialetti rossi è anche il titolo del singolo attualmente in radio. E’ interessante il suo sottotitolo: io non ho finito. Quando invece secondo te una persona può dire di aver finito qualcosa?
In questo caso, una persona ha il preciso dovere di dire “Io non finito”: di fronte alla sofferenza, alla malattia, a un presunto abbandono. Nel caso specifico, il brano è legato al protagonista, Leo, che dopo aver subito l’amputazione di una gamba, deve sottoporsi a una nuova chemioterapia. Lui si sta innamorando, ma gli dicono che non si sa se ce la farà. E’ un grande testimone di questa frase: anche di fronte al peggio del peggio c’è qualcosa che gli fa dire “Io non ho finito”. Può essere l’amore per una fanciulla, o il suo stesso amore per la vita.
Io mi sento abbastanza rappresentato da questa canzone: ho la sensazione che a volte “Io non ho finito” sia più importante di “Io ho finito”. Quando sei andato a fondo di qualcosa, anche qualcosa di molto bello, c’è sempre un sottofondo di malinconia, perché è un’esperienza esaurita. Invece l’idea di non aver ancora concluso qualcosa ha un’idea di movimento, agitazione, vita, soffio, anche nel dolore. “Io ho finito” invece pesa, bum!, è lì, fermo.
Io mi sentirei sempre più a casa nel movimento.

Un verso della canzone recita: “a volte ci perdiamo i sottotitoli del cuore”. Perché?
Ti racconto una cosa divertente. Qualche giorno fa parlavo con Andrea Mirò, amica, di quanto sia  difficile far arrivare a tutti le canzoni d’autore. Al di là di quest’esperienza, io ho scelto il mio linguaggio, ho scelto cosa ascoltare, mi esprimo nel modo che mi rappresenta di più. Un giorno, poco dopo aver finito di comporre questa canzone, ho postato su Facebook questa frase: “A volte ci perdiamo i sottotitoli del cuore, a volte ci perdiamo, a volte”, e Andrea mi ha scritto “Ecco, questa la capiamo solo io e te”. Come dire, ma che caspita sono questi “sottotitoli del cuore”?
In realtà questa frase non può essere disgiunta da quello che viene dopo: a volte ci perdiamo il sottotesto, ma è importante. E subito dopo: a volte ci perdiamo tra di noi. E poi ancora: solo a volte. Insomma, è un’evoluzione in positivo: anche quando non ci si capisce e si ha la sensazione di perdersi, quelle volte in cui ci si perde sono proprio poche.

Insomma, l’orizzonte non è poi così fosco…
No! Ma niente in Braccialetti rossi è fosco: è tutto virato al sorriso.

In gruppo tu che ruolo avresti? Il leader, il viceleader, il furbo, il bello…
Non lo so… Non ci ho mai pensato. Come aderenza caratteriale rivedo in me Brando, il ragazzo che interpreta Valentino. Abbiamo un rapporto molto alla pari, nonostante la differenza d’età. Chiacchieriamo molto, abbiamo un modo abbastanza simile di vedere la vita. E ci assomigliamo anche. Sì, mi vedrei in lui. Come ruolo invece, penso potrei essere il viceleader, che poi è sempre Vale…

Che rapporto hai con la malattia e la sofferenza tua e degli altri?
Di grande rispetto. Nel libro di Albert Espinoza da cui è tratta la fiction si dice che a volte le perdite che subiamo possono rivelarsi delle conquiste. Ecco, tutti noi, io compreso, attraversiamo il dolore, la malattia: quando riusciamo a prenderne le distanze o comunque a uscirne, c’è una buona possibilità che questo dolore sia evolutivo. E’ raro che il dolore non ti lasci nulla. Ci sono passato in mezzo due o tre volte, e oggi, dopo essermelo lasciato alle spalle, posso dire di essere contento di averlo provato. Mi ha reso quello che sono oggi, e io sono fiero di quello che sono oggi. Probabilmente, se non avessi provato certe cose, Braccialetti rossi non l’avrei fatto.

Leggendo il testo di una tua canzone di qualche tempo fa, L’ultimo giorno d’inverno, mi è sorta una domanda: secondo te, un autore, che sia di canzoni, poesie, romanzi, ha una soglia di pudore, di intimità che non dovrebbe essere sorpassata?
No, non c’è… Io non vorrei che ci fosse. Mi sto allenando affinché non ci sia. Quando ho scelto questo lavoro, ho deciso che mi sarei raccontato, e se decidi di raccontarti vale la pena  farlo senza pudore, altrimenti sei filtrato, censurato.
Il vero artista è quello che riesce a raccontarsi senza pudore. Io invece questo ingrediente a volte lo metto ancora. Mi considererò un artista vero, libero, solo quando sarò riuscito a scalfire anche l’ultimo velo di pudore. Ho scritto canzoni in cui c’è un velo di difesa, altre in cui ce n’è meno, come quella che hai citato, altre ancora in cui non ce n’è per niente. In Braccialetti rossi ce n’è pochissimo, perché non dovevo parlare di me.
In generale comunque, è meglio che di pudore non ce ne sia. Al massimo ci può essere del mestiere, perché delle regole ci vogliono, anche nelle canzoni.

Un artista deve sempre essere sincero?
(pensa alcuni secondi prima di rispondere, ndr) No… no… Può anche raccontare delle gran balle, ma se le racconta senza pudore è meglio.

E’ vero che i rapper sono i nuovi cantautori?
No. Ho lavorato a stretto contatto con loro quando ho partecipato a Spit, su Mtv. Li ho proprio studiati: era la prima volta che si parlava di loro come dei nuovi cantautori. Sono un manipolo di fantasisti, alcuni preparatissimi, altri meno, come in qualunque situazione. Hanno un occhio molto vigile sulla realtà, sulla società, sull’attualità. Sono molto capaci con le rime, a volte indebitamente ed eccessivamente arrabbiati rispetto ai contenuti che manifestano.
Non sono i nuovi cantautori. Sono un’altra categoria, apprezzabilissima e rispettabilissima. Alcuni sono molto bravi e mi piacciono tantissimo. Per fare qualche nome: Salmo, Rancore, Emis Killa, mio caro amico, e Fedez. Ma fanno rap, non fanno i cantautori.

Prima accennavi al tuo nuovo album.
E’ finito, pronto, già impacchettato! Penso uscirà prima dell’estate. Ci sarà un bel duetto con Emis Killa, un altro con Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus, perché mi piace sempre unire persone insospettabili nella stessa casa. E poi i miei formidabili ragazzi, The Hills. Ci saranno dieci canzoni in cui non manca più nessuno: anche se si parla di assenze, sono assenze serene. Non c’è la struggenza dell’addio. Sarà prodotto da Pietro Cantarelli, storico produttore di Fossati.
Rappresenta molto il mio presente, e spero quindi di farlo uscire presto, perché non vengano altri terremoti o tsunami come Braccialetti, così che resti ancora fresco, vivo. E’ un disco tutto suonato: io non sono altro che il capobanda.

Titolo?
Io non ho finito.

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