Ho modellato la mia musica come uno scultore. Intervista ad Alice Mondìa

Alice Mondìa (8)_Plaster_foto di Gianni Lo Giudice_b

Alice Mondìa ha un entusiasmo contagioso. “Oggi qui c’è anche il sole e sono felice!” mi dice all’inizio della nostra chiacchierata telefonica.

Dopo l’esordio con My Way Or No Way, a 18 anni, e Scacco, pubblicato nel 2012, a dicembre è uscito Plaster, terzo lavoro di inediti in cui la ragazza ha messo in luce la sua passione sfaccettata per il pop, il soul e l’r’n’b di stampo chiaramente internazionale.

Proveniente dalla Svizzera tedesca e residente a Lugano, Alice non è però solo autrice e cantante: nel suo curriculum infatti, c’è anche una carriera da modella, oltre a coltivare passioni eclettiche come quella per il basso elettrico, lo snowboard e il wakeboard.

In attesa di presentare in Italia Plaster il prossimo 7 febbraio al Caffè Letterario del Piccolo Teatro Grassi di Milano, Alice ha parlato un po’ di come ha “plasmato” questi nuovi brani. E sugli errori che potrebbe commettere ha le idee ben chiare…

Plaster: un titolo molto concreto, che si può quasi toccare, proprio come l’immagine della copertina. Perché questa scelta?
Mi piace molto che venga trasmessa l’idea di qualcosa di resistente, fisico. E’ un’idea venuta fuori mentre stavamo registrando i pezzi: cercavo qualcosa che rappresentasse questi brani, qualcosa che fosse anche molto scenico e potesse dare un’unità stilistica, un significato completo. Ci tenevo che il disco avesse un senso compiuto, malgrado l’impiego di due lingue diverse, italiano e inglese, e arrangiamenti molto diversi da un brano all’altro.
Ecco, venendo al gesso, è un materiale usato dagli scultori per creare delle forme, dei calchi che andranno poi riempiti con altri materiali, il bronzo per esempio, oppure viene usato per realizzare dei modelli. Mi piaceva pensare che le note fossero come il gesso, con il quale costruire pian piano un’opera: era un bel paragone. Il gesso è una materia molto affascinate, suggestiva… Oltre a questo paragone, è stato molto bello poi poter sperimentare con Gianni Lo Giudice (il fotografo, ndr) alcune forme di “gesso grafico”.

Hai fatto riferimento all’uso delle due lingue, l’italiano e l’inglese: con quale delle due ti trovi più a tuo agio?
Domanda difficile… Mi sono avvicinata alla musica italiana solo negli ultimi anni. Prima sono cresciuta con influssi provenienti dalla Germania,dall’Inghilterra, dall’America. Quindi cantare in italiano è stata una scoperta, anche per la bellezza della  melodia, l’armonia del suono: io arrivavo da un sound americano, ed è stata un po’ una sfida. Ho studiato un po’ la musica italiana e ho cercato di fare del mio meglio. Adesso sono arrivata al punto che mi sono affezionata anche a questa lingua, e la sento parte di me esattamente come l’inglese. Non volevo rinunciare a nessuna delle due, perché in entrambe c’è qualcosa di magico, in modo diverso.

E’ possibile però che l’italiano ti aiuti a dire delle cose e l’inglese altre, oppure senti di poterle usare indistintamente?
In parte sì, sono adatte a comunicare contenuti diversi, ma poi c’è da dire che l’inglese è più facile, le parole sono più brevi, si inseriscono meglio, invece per scrivere in italiano serve davvero del talento: le stesse cose dette in inglese, per essere dette in italiano devono essere rese più eleganti. Serve cultura e grande conoscenza della lingua.
Ascoltando la tua voce e guardando il tuo modo di porti, la tua immagine, emerge un’attitudine molto internazionale, soprattutto verso l’America. E’ un elemento voluto?Il mio grande sogno in assoluto sarebbe diventare un artista riconosciuta a livello europeo… Prima di arrivare in Italia tutti mi dicevano che la mia musica non sarebbe piaciuta a nessuno: ho voluto comunque provare ponendomi per quello che sono, non cercando di andare incontro al gusto italiano, e posso dire che è stato quello che mi ha accolto con più calore, più entusiasmo. Vengo percepita come una novità,  tutte le volte che mi capita di esibirmi in Italia sento che la gente mi apre il proprio cuore. Chissà, forse lancio un nuovo genere… (ride, ndr) Un po’ azzardato, vero?

C’è un brano a cui, per qualche motivo, ti senti più legata?
Altra domanda difficile… Per esempio, c’è Plaster, il pezzo che dà il nome al disco: il testo è in italiano. L’ho scritta in un momento particolare: a 25 anni una persona si fa qualche domanda. E’ molto intima, non l’avrei scritta in un altro momento. Adesso mi sento pronta ad aprirmi su altri aspetti della mia vita. E’ difficile, perché è come il proprio cuore agli altri, e non sai mai come risponderanno. Poi c’è Run, che è legata a un progetto benefico: è il mio orgoglio! E’ stata usata lo scorso 1 novembre come colonna sonora della Corsa dei Santi a Roma e in altre manifestazioni sportive, e tutti i ricavati andranno alla Fondazione Don Bosco nel Mondo per il progetto Un aiuto ai confini del mondo. Gli aiuti andranno alle isole Salomone, in Oceania: lì le persone vivono con niente. C’è un contrasto molto forte tra la bellezza di quei luoghi e le condizioni di vita degli abitanti: sono isole passate sotto diversi protettorati e non sono mai riuscite a svilupparsi. Si parla davvero di quarto mondo… Spero che il progetto vada bene, così da poter dar vita a nuove missioni in futuro.

C’è poi Donne come me, sulla violenza sulle donne, un problema di cui purtroppo si parla quasi quotidianamente. Perché secondo te è così frequente?
Penso che sia un problema che è sempre esistito, ma se ne parla solo adesso. Molte donne trovano finalmente la forza di uscire da questa gabbia. Ho deciso di parlare di questo argomento perché ho visto che persone molto vicine a me si sono aperte e mi hanno raccontato episodi che non avrei mai immaginato. E’ un problema molto vicino a noi, può toccare la tua famiglia, la tua vicina di casa, anche se non ce ne accorgiamo. Si sta facendo molto, ma finché ci saranno nuove vittime non sarà mai abbastanza.

Cover_b

Quali sono gli artisti che più ti hanno influenzato?
Anastacia prima di tutto. Mi ricordo di quando lei raccontava di come la sua voce non fosse apprezzata perché troppo nasale: mi sono un po’ ritrovata, e in lei ho visto un rifugio. Per il resto, ho sempre ascoltato di tutto, dai Deep Purple ai Beatles, più recentemente i Linkin Park, che hanno un suono molto innovativo, i Fall Out Boys hanno dei bei arrangiamenti su un rock intenso. Mi piace tantissimo Emeli Sandé, meravigliosa! Tra gli italiani, Giorgia è incredibile, ed Elisa.

Qualcuno con cui ti piacerebbe lavorare?
Sono tanti! In questi anni ho avuto la fortuna di conoscere da vicino dei grandi artisti, che si sono rivelati delle bellissime persone… Lascio aperta la porta a ogni possibilità.

Oltre a essere musicista, frequenti anche il mondo della moda. Che importanza pensi abbia oggi l’immagine per un artista?
Mah, nella musica mi sono resa conto che più che l’immagine, al pubblico colpisce la personalità. Spesso quando andavo alle mie prime esibizioni venivo guardata come la ragazza carina che pensava di poter fare la cantante: io invece ho sempre voluto far vedere di essere in grado di cantare.
Forse avere una bella presenza è uno svantaggio, soprattutto se sei una ragazza: per un ragazzo è diverso, perché le ragazzine sono sempre molto attratte. Io comunque guardo molto la personalità di un artista, le sue idee.

Sui talent show che giudizio hai?
Un po’ contrastante. Hanno portato la musica in televisione, soprattutto le prime edizioni, che ho seguito: da lì sono usciti artisti di talento e hanno dato una possibilità ai giovani. Quello che invece oggi non mi piace è l’eccessiva presenza di talent: ormai lo fanno tutti. Sembra che sia più importante il format televisivo, lo show in sé che non l’obiettivo di tirar fuori un nuovo nome per la musica. E poi hanno reso saturo il mercato musicale: un artista emergente che sceglie di non intraprendere questa strada si trova in difficoltà. Mi chiedo se davvero esiste ancora uno spazio per noi indipendenti: è tutto bloccato.
Inoltre il pubblico si trova davanti questi ragazzi lanciati sul palco come se fossero già star affermate, con coreografie, ballerini, e se poi si vanno a guardare i progetti indipendenti sembrano un po “cheap” a uno sguardo poco attento, come se non avessero valore. Invece dietro c’è un grande lavoro!

Hai mai pensato di partecipare?
Sì, ho anche avuto la concreta possibilità di partecipare a un casting, ma mi fa un po’ paura il meccanismo che c’è dietro, non sapere dove si va a finire. Oggi so chi guardo in faccia, mentre in un sistema del genere potrei diventare il burattino di qualcuno, essere costretta a pormi in un modo che non mi rappresenta. Se davvero non ci fosse una via alternativa, probabilmente lo proverei, ma credo ancora in una strada diversa.

Preferisci insomma avere il pieno controllo di quello che fai.
Sì. Essere un artista indipendente ha il grande privilegio di essere sempre libero. Certo, le cose vanno sempre fatte con la testa, non puoi fare quello che vuoi. C’è molta più libertà, che significa anche libertà di sbagliare: se sbaglio qualcosa, so che posso prendermela solo con me stessa.
Ho un bel team con cui mi confronto. Purtroppo non siamo una major, per cui le difficoltà ci sono, ma sono felice così: se non dovesse andare valuterò l’alternativa…

Qualche ipotesi l’hai già fatta?
Sai che è una domanda che non mi sono mai posta? Silenziosamente credo molto in questo, non ho mai pensato a una vita diversa. (si apre in una bella risata, ndr)

Hai cantato in inglese e italiano: mai pensato anche al francese e al tedesco?
Non l’ho mai fatto. Sono mondi diversi: sono cresciuta con il tedesco come seconda lingua, e ho imparato quello con la pronuncia un po’ più morbida. Non so, in Italia non penso che un brano in tedesco possa riscuotere molto interesse.

Nei prossimi mesi avrai occasione di passare in Italia?
Farò la presentazione del disco all’inizio di febbraio (l’appuntamento è per venerdì 7 al Caffè Letterario del Piccolo Teatro Grassi a Milano, ore 18:30), poi forse qualche data più avanti. Non vedo l’ora di tornare in Italia, i ricordi più belli li ho lì.

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