Intervista a Brunori Sas

brunori

 

Abbiamo incontrato Dario Brunori, in arte Brunori Sas, prima del suo live all’ArciFesta di Mantova, data compresa nel suo tour “Il Cammino di Santiago tour” che vede l’artista impegnato fino al mese di settembre.

 

Il disco è uscito già da un po’ di mesi e a marzo è iniziato anche il tour, come stanno andando le date?

 Le date stanno andando bene, devo dire in maniera superiore alle mie aspettative. Avevamo lasciato un certo tempo dall’ultimo disco e quando lasci così tanto tempo non sai mai quale sia il riscontro, invece, devo dire è andato molto bene anche l’album e abbiamo visto crescere il pubblico che è un pubblico molto affezionato e molto affettuoso. Molto bello è anche vedere che c’è più gente, gente presa bene che ai concerti canta. Penso, poi, che il disco da un punto di vista musicale, lo riascolto adesso, e ovviamente quando incidi un album non arrivi mai al punto, non vorresti mai chiuderlo, però, sono molto contento perché penso abbia rappresentato bene il periodo in cui ho scritto le canzoni, sono molto contento di come abbiamo fatto l’album coi ragazzi del gruppo perché ha avuto una gestazione abbastanza lunga ma molto divertente.

Ho visto che è stato registrato davanti ad una chiesa…

 Si abbiamo deciso di farlo lì perché volevamo farlo fuori dallo studio di registrazione e ho anche avuto l’occasione di incontrare tanti miei vecchi amici che avevano ereditato questo vecchio convento dove ora vivono e in questo vecchio convento c’era anche una chiesa, mi hanno dato l’opportunità di utilizzarla, di andare lì a vivere coi ragazzi del gruppo per cui abbiamo fatto tutta una preparazione prima in sala prove per conto nostro e poi abbiamo passato 15 giorni all’interno di quella struttura. L’allestimento è stato favoloso e anche se non era nelle nostre intenzioni è stato proprio da grande studio: un ambiente bellissimo, pieno di giocattoli e roba da usare musicalmente parlando e fondamentale è stata, poi, la bravura dei ragazzi che hanno montato tutto e che ci hanno fatto realizzare il disco in quelle condizioni.

Per due date hai anche aperto i live di Ligabue, com’è stato secondo te l’impatto e l’approccio con un pubblico diverso?

Guarda, in realtà, le aperture, in queste occasioni, rappresentano solo un momento non da vivere con l’aspettativa di catturare, captare, il pubblico che è lì. Penso ci possa essere stato per qualcuno una sorpresa e magari qualcuno ha effettivamente drizzato le orecchie. Per noi c’era l’occasione di misurarci con un palco e con un ambiente differente e anche con un certo tipo di professionalità enorme. Abbiamo fatto il nostro live e non credo che il pubblico sia poi nettamente diverso dal nostro, a volte, chi non ascolta certe cose è magari perché non ne ha avuto modo… Poi comunque la produzione di Ligabue è a stampo cantautorale a prescindere dal tipo di produzione o percorso più mirato al rock…Alla fine non abbiamo aperto un concerto techno (ride). Siamo comunque rimasti sullo stampo del cantautorato.

Tornando all’ultimo disco, “Il Cammino di Santiago in Taxi”, innanzitutto, perché proprio questo titolo?

 Questo è sempre divertente spiegarlo: è un aneddoto che mi è stato raccontato dove c’è questa signora che pare abbia fatto il cammino di Santiago in taxi. Tra l’altro io, questa signora, l’ho incontrata e lei mi disse “Guarda in realtà non l’ho fatto tutto in taxi ma lo prendevo solo la sera…” (ride).

Comunque al di là dell’aneddoto in sé, mi sembrava una metafora perfetta di una condizione che viviamo molto in questa nostra epoca: l’idea di svuotare di significato un’azione, un evento, un nostro atto anche della vita e prenderne solo la parte estetica, solo la confezione, come se di un regalo alla persona interessasse solo il pacchetto. Questa cosa mi ha colpito e mi sembrava buono riportarlo nel disco ed è una critica che faccio anche a me stesso e non solo al mondo che c’è intorno a me.

Secondo te questo disco in cosa si differenzia rispetto al Vol. 1 e al Vol.2 e cosa, invece, li accomuna?

Secondo me il primo disco, come tutti i primi dischi, è un disco a sé, nel senso che non c’era nessun tipo di idea preconcetta, è nato proprio dall’esigenza di scrivere delle canzoni e registrarle senza aspettative e per questo senso sarà irripetibile perché c’è una spontaneità e genuinità che successivamente sai che inevitabilmente perderai proprio perché hai la consapevolezza che c’è un pubblico che ti ascolta.

Il secondo disco, invece, nasce più dal desiderio di raccontare quel che è accaduto e se devo essere sincero anche dall’idea di meritarmelo proprio perché il primo è stato molto seguito e avevo ricevuto molti premi quindi ho lavorato molto con l’idea di fare un disco più profondo, di non fare solo testi che raccontassero i fatti miei ma anche di quel che accadeva nel mio paese.

Infine il terzo disco è un po’ una summa dei precedenti: avevo la necessità di tornare a parlare di me e allo stesso tempo di fare un racconto più popolare…

Più nazionalpopolare…

 Sì esatto per me è la mia modalità anche se oggi ci hanno abituato a un “nazionalpopolare” negativo, ci hanno abituato a un pop molto di estetica e di facciata plastica, di poco contenuto ma alla fine erano considerati pop i Beatles e non credo si possano definire di poca qualità. Io sono per una canzone come comunicazione, come racconto che può essere di vita, sociale o di un paese ma l’importante, per me, è narrare storie, usare ed avere un linguaggio che accomuna le persone.

A proposito di quest’album, come sono nate le canzoni? Avevi già le idee molto chiare?

 No guarda la strumentazione dopo che faccio le canzoni è più o meno chiara e poi, in questo, mi aiutano i ragazzi del gruppo. Io non parto mai da un lavoro a tavolino premeditato   sulle canzoni quindi le scrivo suonando uno strumento che può essere la chitarra o il piano… Non le scrivo con la band, le scrivo per conto mio e poi le condivido coi ragazzi e lì tracciamo insieme le coordinate musicali. In questo disco abbiamo fatto più un lavoro di sottrazione: all’inizio abbiamo cominciato riempiendo tanto e poi via, via, abbiamo sottratto, lasciando alcuni brani più nudi di com’erano nati, per esempio, le ballate al piano.. Questo perché c’eravamo accorti che non dovevamo suonare sempre tutto tutti e questa secondo me è stata una buona intuizione.

 Se dovessi scegliere la tua canzone preferita di quest’album quale sceglieresti e perché?

Dico sempre “Arrivederci Tristezza” perché mi emoziona sempre allo stesso modo anche dopo averla suonata cinquanta volte e non so dirti bene il perché… Potrei razionalizzare dicendoti che è un pezzo che è un po’ il manifesto di quello che volevo trasmettere col disco, una sorta di lotta con una parte troppo razionale e cerebrale di me e quindi l’idea di scrivere un album sentimentale, emozionante… C’è dell’altro, forse, di cui non sono neanche consapevole che continua sempre ad emozionarmi.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri maggiormente?

Sicuramente, a volte, anche in modo involontario, mi ha molto influenzato il cantautorato anni ’70 che va anche da Dalla a De Gregori, ecc. Anche se dico sempre che non ne sono ancora all’altezza non per falsa modestia ma perché io rispetto a quel tipo di cantautorato ho un attitudine più da musica leggera, tendo a lavorare sulla canzone, sulla melodia, senza avere sempre l’idea di fare testi che puntino più alla letteratura che alla canzone. Mi rivedo, però, molto in quegli artisti e sarei molto felice di fare un percorso di quel tipo. Poi che mi stimolano musicalmente c’è tanta roba straniera ma non penso che rientrino nelle canzoni che faccio tipo Sufjan Stevens, Beck, i Vampire Weekend…Cose che mi ispirano più come mood che poi magari non c’entra niente col mio disco.

Chiudiamo con le ultime due domande: cosa ti aspetti da questo tour?

Mi auguro, innanzitutto, che non piova perché qui sta piovendo sempre… Chiuderemo a fine settembre dopo circa 60 date poi vediamo.. Potrei pensare a qualcosa da fare nei teatri o scrivere canzoni nuove e ne ho molta voglia, quindi, magari, mi prenderò un po’ di tempo per le nuove canzoni.

Come ti immagini tra dieci anni?

Mi immagino sovrappeso più di adesso, senza capelli, un gran rompipalle col telecomando in mano che guarda le partite.

Intervista di Isabella Ferrari

(Un ringraziamento speciale a Andrea Corradi)

 

 

 

 

 

 

 

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