“I Ludovico Van: musica libera per gente libera”

Ci siamo chiesti se fosse ancora possibile tornare ai vecchi tempi, dove la buona musica non fosse per forza il “tormentone dell’estate” ma quella scoperta attraverso un passaparola di un amico oppure su quelle piattaforme immateriali dove la scoperta di gruppi emergenti è ingestibile in una stanza.

Per fortuna la risposta è stata “sì” e a confermarcelo sono stati loro, i Ludovico Van, una giovane band di Rimini, dei nuovi volti per la musica indipendente italiana che senza girarci troppo attorno, al primo ascolto dei loro inediti, già tolgono il fiato.

Se qualcuno di fronte al target “indie” riproduce in partenza i soliti sound di chitarre leggere e di synth sempre troppo omogenei, potrà senza dubbio dirsi “Finalmente!”. Con i Ludovico Van entriamo in un mondo inusuale, con onde sonore psichedeliche che cullano testi impegnativi, ben lavorati ed è come leggere un romanzo di Kundera, una musica profonda che allo stesso tempo muta in una leggerezza anacronistica.

Ascoltate  tutte le loro canzoni, ci si rende conto che definirli “indie” diventa troppo limitativo ed è proprio questo il bello dei Ludovico Van: si può ascoltare la loro musica che è ancora da scoprire, ancora da definire e solo così si può riuscire a percepire la vera essenza di un gruppo.

E tra una canzone e l’altra siamo riusciti a intervistarli scoprendo altre news ancora più interessanti: a raccontarsi nella prima parte dell’intervista è Marco Kotov (voce, chitarra e tastiere).

 

Come prima domanda viene spontaneo chiedere come nascono i Ludovico Van e soprattutto perché la scelta di questo nome?
Si potrebbe dire che siamo nati tre anni fa quando il duo Marco e Andrea (batteria), dopo una serie di pomeriggi dedicati al rumore, trovò uno stratagemma per esibirsi in un piccolo locale del centro. Quando si accorsero, pochi giorni prima del “live”, che il sound chitarra/batteria era un po’ povero chiamarono l’amico Giammi (voce, basso) dotato di alcune nozioni di basso. Il giorno stesso dell’esibizione gli spiegarono i pezzi in scaletta, e quella sera ci fu il primo live dei Candy Rain. Da quel giorno abbiamo cominciato a vederci nel garage del batterista con regolarità (con Pietro Antonioni alla chitarra insieme a Marco). Dopo tre anni di prove, cover, registrazioni, rivoluzioni, trasferimenti e cambiamenti ci siamo ritrovati con alcune canzoni su Soundcloud sotto il nome di Ludovico Van. E il resto è il presente. Per quel che riguarda il nome è opportuno ricordare la nostra esperienza molto difficile. Siamo stati i Candy Rain, i Blueberry Project, i Korova Milk Bar, i Greenwood e tanti altri… Al nostro primo live dopo due anni ci siamo presentati come le Altre Forme di Vita e a quello dopo come Ludovico Van. Quando poi creammo il profilo sul web fu come una consacrazione. Ma se proprio dobbiamo dare un senso e giustificare il nome attuale attingerei alle fonti, citando Alex:” Dopo una magnifica serata, quando torni a casa e non sai più cosa pensare, cosa ascoltare, per un finale perfetto, quel che ci vuole è un tocco del gran Ludovico Van.”

Le vostre canzoni sono molto particolari, rimandano quasi a una forma di disperazione e richiamo cantato, accompagnato da suoni ben marcati. Da dove o da cosa vengono le vostre idee e la vostra ispirazione?
La disperazione e il richiamo cantato deve essere un probabile lascito dell’esasperato ascolto di Thom Yorke, o meglio dei Radiohead. C’è comunque da dire che ascoltiamo tutti musica diversa e ognuno aggiunge il proprio tocco al sound generale. Sicuramente ci ispiriamo alla musica psichedelica dei Pink Floyd, al post punk dei Joy Division, alla new wave dei Cure e al sound grezzo dei Kasabian. I testi invece attingono praticamente a tutto quello che ci succede, a libri, film, viaggi, persone, vacui pensieri. Dei grandi lirici? De Andrè, Caparezza, Roger Waters, Ian Curtis, Jim Morrison.

La canzoni che mi hanno colpita di più sono state due: Selene per il testo e Bad Trip perché mi ha ricordato dall’inizio alla fine Syd Barrett. Raccontateci un po’ come sono nate e se magari ho centrato una lontana influenza musicale da Barrett.

Per quanto riguarda le influenze barrettiane, beh, questo è un muro della sala prove syd

Giammi: Effettivamente la sua musica, la sua innovazione e la sua vicenda ci alterano le cervella. Dai primissimi Pink Floyd a Opel e The madcap Laughs.

Bad Trip è un pezzo di Marco che narra la vicenda di un allucinato sotto effetto di LSD che cade in un brutto trip. La storia che c’è dietro gli è stata raccontata da alcuni amici che l’hanno vissuta in primo piano, ma forse questo non dovrebbe essere reso pubblico. Ovviamente il fascino dell’argomento proviene anche dai racconti su Barret. L’influenza musicale proviene assolutamente dai Radiohead, è una canzone che è come se si fosse scritta da sola. Marco dice di aver preso la chitarra e ha suonato, poi ha preso carta e penna e ha scritto quello che era appena successo.

Selene invece è stato un parto difficile. Il testo originale l’ha scritto Andrea (autore dei testi più ermetici), ispirato dall’Orlando Furioso. La musica poi doveva ricordare gli Strokes o qualcosa del genere. Il problema è che in sala prove non era mai come doveva essere, il cantato era una lagna insopportabile, il ritmo non sosteneva e il testo non convinceva. Per la strofa delle cose che si perdono abbiamo perso 2 mesi, e non sapremmo neanche dire il perchè. È interessante come Andrea abbia chiesto ad amici e conoscenti quali cose si possono perdere e abbia steso un elenco di tutto quello che si troverebbe sulla luna (da cui il titolo Selene, divinità greca della luna), e che Astolfo deve andare a recuperare ancora una volta come quando andò a riprendere il senno di Orlando (il ritornello originale diceva “Astolfo dove sei”).

Ho visto che in alcune vostre canzoni avete scelto l’hashtag “#indie”. Quali sono i gruppi della scena che preferite o che ascoltate maggiormente?
Com’è giusto che sia non abbiamo gusti totalmente concordanti, ma nel generale, della scena indie italiana ascoltiamo lo Stato Sociale, l’Officina della Camomilla, i Verdena, Maria Antonietta, i Baustelle, i Cani.

Per ora le vostre canzoni sono solo su soundcloud. Avete altri progetti in ballo: un video su youtube o magari un ep?
Ci aspetta un inverno buio con metà della band originale sparsa tra Europa e Stati Uniti. I superstiti cercheranno comunque di continuare a pubblicare qualche nuova registrazione di tanto in tanto. Perseguiremo ancora per un po’ la filosofia del “musica libera per gente libera”. Per l’estate prossima vogliamo suonare il più possibile e l’idea di un video è allettante.

Sono andata a sbirciare un po’ nei vostri profili e siete tutti molto giovani. Nella vita oltre alla musica cosa fate, avete altri interessi o iniziative?
Ci dedichiamo alle più svariate attività: dallo skateboard alla cucina, passando per giocoleria, scuola, università, beatbox, lavoretti vari, ipnoterapia di gruppo e cose così. In generale ci interessiamo di arte, cinema, letteratura, botanica.

Anche per voi c’è la nostra top5 domande:
1#L’ultimo disco ascoltato
Marco: Closer – Joy Division
Giammi: i Mistici – Baustelle
Andre: Fantasma – Baustelle
Mastro: Houses of the Holy – Led Zeppelin
Gabri: Sursum Corda – Cosmetic
2#La peggior canzone mai sentita
Marco: kamasutra du brasil, non so neanche di chi sia, e non mi interessa.
Giammi: Dancing in the Street di David Bowie e Mick Jager. Rimango alibito a pensare che due musicisti del genere abbiano fatto una canzone così brutta.

Andre: Creep cantata da Bob Dylan, arrivo a un passo dal suicidio ogni volta che parte per sbaglio dalla creep cover collection. Potrebbe essere usata come strumento di tortura.
Mastro: Danza Kuduro
Gabri: Animali – Maria Antonietta
3#La canzone che avreste voluto scrivere
Marco: Riot Van – Arctic Monkeys
Giammi: Un malato di cuore – De Andrè
Andre: Senontipiacefalostesso – l’Officina della Camomilla, ma falostesso
Mastro: Spanish Caravan – the Doors
Gabri: the Sound of Silence – Simon and Garfunkel
4#La cazzata più grande fatto con la band
Suonare in un parco, senza luci, senza impianto e senza palco. Tutto questo su invito di un ente pubblico. Diciamo che non ce l’aspettavamo
5#come vi immaginate tra dieci anni
Marco: nel club dei 27 (speriamo di no).
Giammi: felice, altrimenti non ha senso.
Andre: so solo che tra dieci anni continuerò a guardare le stelle.
Mastro: non riesco a immaginarmi neanche domani mattina, quindi preferirei non rispondere.
Gabri: con i piedi per terra e la testa sulle spalle.

Intervista e recensione di Isabella Ferrari

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