JESUS ON A TORTILLA – Intervista di presentazione del disco d’esordio “Gone To Main Street”

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Jesus On A Tortilla non sono solo una delle realta’ piu’ recenti della scena blues italiana ma sono anche una delle vere sorprese degli ultimi tempi. Dopo aver assistito ad una delle loro esibizioni live dove si mescola la gioia di suonare dal vivo con un virtuosismo non comune considerata anche la giovane eta’ dei membri del gruppo, il desiderio di approfondirne la conoscenza e’ stato quasi immediato. Cosa spinge quattro ragazzi dell’hinterland milanese a confrontarsi non tanto con le origini del blues ma con quel “sottogenere” che e’ la musica di Chicago degli anni ’50 ? E l’ascolto del loro album d’esordio aumenta questo desiderio di approfondimento. Basta ascoltare la title track “Gone to main street” per accorgersi che nulla e’ improvvisato in questo disco. A partire dai suoni e dalle tecniche d’incisione. Non preoccupatevi: anche noi ed altre persone piu’ competenti di noi hanno avuto il dubbio, dopo i primi minuti, che l’impianto hi fi forse non funzionava perfettamente. Ma non era cosi’. Jesus On a Tortilla, dopo aver studiato a lungo il Chicago Blues degli anni ’50 hanno voluto ricostruire con la massima fedelta’ i suoni di quel periodo. E non potevano essere certamente puliti: qui i suoni sono grezzi, sporchi, per certi versi antichi ma con la coscienza che non si poteva incidere diversamente un album che si rifa’ a quel periodo.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto la possibilita’ di intervistare Lorenzo “Mumbles” Albai, voce e armonica del gruppo, che ci ha raccontato la storia della band e molto di piu’.

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Jesus On A Tortilla, come abbiamo detto nell’introduzione, sono un gruppo uscito sulla scena blues italiana negli ultimi 3 anni. Ci raccontate come e’ nato i gruppo e quali sono stati gli artisti che vi hanno ispirato in fase di avvio del gruppo ?

Il progetto Jesus On A Tortilla è nato nel 2011, suonavo già in alcune piccole realtà della zona, qualche serata e molte jam; ad una di queste rividi dopo anni Matteo, e ed è stato un colpo di fulmine! In poco tempo avevamo creato la prima line up, all’inizio avevamo una voce femminile che è stato per circa un anno e mezzo una nostra costante, l’ingresso nella band di Kevin è stato un punto fondamentale perche’ grazie all’intesa tra noi e le sue capacità è stato possibile quel salto verso un mondo che ci aveva sempre affascinato: il Chicago Blues. Prima le nostre ispirazioni erano piuttosto varie, il filo rosso è sempre stato una certo equilibrio nella composizione dei pezzi e il dialogo tra armonica e chitarra, ma con il cambio della voce si è deciso di scommettere su questa passione che sino ad allora era rimasta sottotraccia, con l’arrivo nel novembre del 2013 di Max al contrabbasso abbiamo trovato la “chiusura del cerchio” che ci ha permesso di pensare alla realizzazione di un disco.

Il nome che avete scelto per il vostro gruppo e’ piuttosto originale. Come siete arrivati a scegliere questo nome ?

Per caso, Gabriele, il nostro primo chitarrista nonché graphic designer del disco e del sito, dopo una sessione di prove davanti ad una birra tirò fuori questo nome e ci piacque subito, anche perche’ non c’era la parola blues band, volevamo un nome che non ci identificasse con un genere, qualcosa di atipico, tra l’altro l’origine deriva dalle apparizioni di Gesù sulle bruciature delle tortillas nel Messico degli anni 80.

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Il vostro album d’esordio “Gone to main Street” risente dell’influenza del blues di Chicago degli anni 40 e 50. Sorprendente ma apprezzatissima anche l’idea di incidere il disco utilizzando le tecniche del passato che, se al primo ascolto lasciano un po’ spiazzati, in realta’ contribuiscono a ricreare l’atmosfera dell’epoca. Avete incontrato difficolta’ a realizzare questi suoni ?

In realtà è stato un percorso piuttosto lineare, a partire dal novembre 2013 abbiamo cominciato seriamente a prendere in considerazione l’idea di incidere del materiale e grazie ai concerti abbiamo autofinanziato il progetto; volevamo incidere qualcosa che ci rappresentasse profondamente e sono stati scelto 12 pezzi che vanno dal 1951 al 1959, ognuno ha una dinamica particolare o un dialogo particolare fra gli strumenti, è uno spaccato del periodo d’oro del Chicago Blues. Il disco non ha post-produzione, il riverbero è quello natura della stanza in cui abbiamo suonato le take senza sovraincisioni. Le persone con cui abbiamo parlato sono state fondamentali, Mark Mumea, Ben Cassie, Alberto Vigliarolo e Egidio Ingala e Simone Losa per la parte “pratica”. Abbiamo studiato 6 mesi per capire come impostare il lavoro e raccolto molto materiale dagli USA (come anche i microfoni utilizzati), a luglio del 2014 abbiamo fatto una prova generale con la stanza scelta e in due giorni di settembre abbiamo registrato il disco.

La vostra recente performance al “5° Christmas Blues Party” a cura di Italian Blues River al Bloom di Mezzago (Mb) ha evidenziato che il gruppo possiede una forte carica dal vivo mettendo in particolare evidenza una grande sintonia tra armonia e chitarra, indubbiamente i due punti di forza del gruppo. Come si riesce a realizzare un suono d’altri tempi su un palco attrezzato con le moderne tecnologie ?

Gran bella serata! Venivamo da una settimana dove avevamo fatto tre date, domenica aver condiviso il palco con Francesco Piu e La Cava è stata la ciliegina sulla torta. Il nostro suono è semplice, al di là della ricerca del microfono, della chitarra o dell’amplificatore, quello che conta davvero è l’approccio, il feeling; il blues poi da il suon meglio dal vivo! Sia nel disco che live non c’è mai uno strumento solista sopra gli altri ma dei momenti dialogo, è la lezione che abbiamo imparato dai grandi del Chicago Blues, Muddy Waters, Jimmy Rogers, Little Walter etc.

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Musica dal vivo nel terzo millennio. Come vedete la realta’ dei locali che propongono musica dal vivo ? O meglio….in Italia e’ facile trovare la possibilita’ di suonare nei locali oppure per suonare bisogna spesso scendere a compressi soprattutto di natura economica ?

Nel mio piccolo, dal 2011 ad oggi, posso dire che le situazioni ci sono, ovvio che chi fa un genere più facilmente vendibile, o più vicino a quelli che sono i gusti odierni, ha più possibilità, ma questo credo sia una cosa normale. Il grosso problema è invece lo spirito con cui si va a seguire i live; la gente spesso è più interessata alla birra che ha sul tavolo rispetto a chi è sul palco, che diventa una sorta di oggetto d’arredamento del locale. I compromessi in questo momento sono trasversali, non solo nella musica, dipenda molto dal tipo di locale e dalla programmazione.

Negli ultimi anni, parlando con vari artisti, sono emerse posizioni divergenti sull’importanza o meno di internet per la diffusione della musica. Voi avete un sito molto ben costruito e un canale youtube di un certo interesse. Qual’e’ il vostro rapporto con la rete ? Pensate che aiuti davvero i nuovi gruppi a farsi conoscere ?

Internet è essenziale perche’ ti permette di studiare qualunque cosa, cancellando in parte le distanze e permettendoti un contatto con gli Usa, per esempio, che sono la culla del Blues, stessa cosa vale per Youtube, il rovescio della medaglia potrebbe essere che per assuefazione o poco contatto con la realtà molta gente si improvvisi senza più passare dai canali tradizionali, posso capire che questa cosa possa avere un’interpretazione ambivalente.

Quali sono i vostri progetti per il futuro immediato ? Avete in programma un tour per promuovere il nuovo disco ?

Vogliamo portare “Gone To Main Street” in quante più situazioni possibili, per ora abbiamo toccato tre regioni, il sogno nel cassetto è portate il disco in qualche evento all’estero per confrontarci anche con diverse realtà seguendo l’esperienza dello scorso anno al Torrita Blues Festival, speriamo di continuare così e poter arrivare quest’estate con qualche sorpresa per chi ci segue.

Per chi abita nell’area attorno a Milano i Jesus On A Tortilla suoneranno il 13 febbraio 2015 al Baretto del Leoncavallo. Non perdetevi questo appuntamento !

Jesus On A Tortilla Official Site

Karlo Pulici

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