INTERVISTA A MATTIA BARRO DE L’ORSO

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L’Orso è un progetto di Mattia Barro nato nel 2010 e in questi cinque anni c’è stata un’evoluzione, una crescita sicuramente personale ma soprattutto musicale che ha portato L’Orso ad essere quello che è oggi, un progetto indipendente formato da Mattia Barro (voce, chitarra, testi), Gaia D’Arrigo (synth, tastiere, cori), Omar Assadi (chitarra, voce), Francesco Paganelli (basso, voce) e Niccolò Bonazzon (batteria).

Dopo pochi mesi dall’uscita del loro ultimo album “Ho Messo la Sveglia per la Rivoluzione“, abbiamo incontrato nel centro di Milano, Mattia Barro che ci ha raccontato le sue origini dal mondo del rap, dell’appunto rivoluzione musicale contenuta nell’ultimo disco che vede abbracciare sottogeneri come il post-rock e l’elettronica, e di quali siano i suoi pensieri, le sue idee sulla scena indipendente italiana.

Per voi, l’intervista integrale.

Partiamo dalle tue origini, hai sempre detto che le tue origini musicali provengono dal rap. Com’è stato per te il passaggio tra rap e indie, da Ivrea a Milano?

Io ho iniziato a fare rap a 15 anni, ero in quel momento dove dovevo scegliere tra quello che ti dava la tv e la mia vita. Secondo me il rock non funziona e il rap tanto meno, non so perché mi sia avvicinato al rap in quel periodo. Come era normale negli anni 2000 ho iniziato da gruppi come gli Articolo 31 per poi fare rap attivamente per cinque anni, sempre a Ivrea. Penso che la cultura del rap sia bellissima, ti insegna tanti valori, solo che anche se è un genere fatto da campionamenti, hanno difficoltà enormi ad accettare che i testi possano andare sul melodico. A me non piace avere limiti in musica e quindi ho mollato il genere. Poco dopo mi sono trasferito a Milano dove stava esplodendo l’indie, band come gli Arctic Monkeys o i Franz Ferdinand. In quel periodo iniziai anche a studiare chitarra, ascoltando poi alcuni pezzi degli Arctic che sono più sul reppato che melodico, mi piaceva l’idea di unire quel che suonavo ai testi. In quel periodo esplodeva anche il cantautorato, artisti come Dente o Vasco Brondi che secondo me hanno dato tanto alla nostra generazione. Soprattutto Brondi penso che col suo primo disco abbia aperto le porte alla nostra generazione, facendo capire che è una cosa che possono fare tutti: lui non è grande chitarrista e lo sa ma il suo punto di forza è la sua grande motivazione. Ed è poi quello che stiamo facendo noi, uniamo la parte scritta al melodico, facendo un cantautorato che è, a mio parere, diverso dalle origini, diverso dalla solita poesia che c’era prima.

Mi hai parlato di questi artisti come punti di riferimento del genere, spesso, però, molti artisti della scena indie si dissociano fortemente da questa etichetta..

Io penso che il termine “indie” usato come lo usano in Italia non centri niente con come lo usano nel resto del mondo. Qui è usato per definire un ambiente di artisti che di base si affidano ad etichette indipendenti. La parola poi non definendo niente musicalmente, tutti cercano di distaccarsene e di conseguenza diventa più un’etichetta negativa. Secondo me facciamo tutti pop in maniera diversa ma con la stessa idea. A me “indie” non fa schifo come a tanti altri, lo preferisco al contautorato degli anni zero. Penso sia un termine utile, penso che chi venga a sentire noi o Lo Stato Sociale possa andare a sentire anche gli Aucan, i Gazebo Penguins, gli M+A o Brunori. Se non ci piace il termine indie allora ritorniamo a chiamarci “scena alternativa” anche se a me personalmente fa schifo perché non trovo un senso nel definirsi alternativi rispetto al mainstream. Non siamo mainstream per il semplice fatto che non abbiamo tutte queste persone che ci seguono ma penso che alla fine nessuno abbia riserve nel definirsi tale.

Facendo un paragone tra il primo omonimo disco de L’Orso e l’ultimo “Ho Messo la Sveglia per la Rivoluzione”, le tue influenze rap si sentono molto di più nell’ultimo…E ovviamente si sente anche una grande evoluzione musicale. Com’è avvenuto questo cambiamento?

Quando ho iniziato con L’Orso non sapevamo bene dove volevamo andare. Io ho iniziato a scrivere canzoni da camera mia e non avevo mai fatto un live con una chitarra in mano. Avevamo la necessità di esprimerci con quelle canzoni e così abbiamo fatto, con i mezzi che avevamo e con le poche idee che avevamo. Quando è subentrata Garrincha ci ha insegnato che potevamo arrichire il nostro fare musica e l’abbiamo fatto: c’è stato un periodo dove volevamo fare una banda con l’idea più di Beirut, coi fiati e violini e poi altre influenze. Penso che ora quell’idea non ci interessasse più, non volevamo più essere la “band acustica”, non era più stimolante per noi. Avevamo parecchi limiti musicali e non era neanche quello che poi ascoltavamo nella vita. Il disco nuovo è partito con l’idea di poter fare quello che volevamo senza che nessuno ci dicesse niente, Garrincha   chi ha supportato in questo e quindi abbiamo potuto metterci dentro l’elettronica, il rap, il post rock, molte cose che coi limiti di prima non potevamo fare. Il rap è venuto fuori ora e non prima perché prima non mi sentivo abbastanza adeguato per farlo e al contrario, con questo disco, mi sono sentito libero di poterlo esprimere. Sicuramente il rap ci sarà sempre di più nei nostri pezzi, avevamo iniziato con Edipo, successivamente con Mecna, eravamo pronti musicalmente ma non lo ero io ed ora abbiamo unito le due cose.

Oltre che il cambiamento musicale penso sia importante anche quello della vostra formazione.

Sì, le due persone che sono uscite, sono uscite per due motivi diversi ma è stato quello che ci ha permesso di fare questo disco. Una band come quella di adesso ci ha permesso di iniziare un nuovo capitolo. Penso che i nuovi ragazzi siano stati importanti come primo impatto, sono entrati a settembre e abbiamo iniziato a registrare a ottobre. Le canzoni erano già a buon punto, siamo stati molto coraggiosi nel prendere privini e demo, distruggerli e ricrearli. Abbiamo dovuto subito diventare una band e non è mai stato così facile farlo con loro. Coi prossimo lavori saremo molto più a fuoco, questo disco è stato fatto con persone che L’Orso l’avevano solo sentito, a parte Nicolò e Francesco che con noi avevano già suonato. Fancesco ci aveva fatto da bassista per tutt’estate e Nicolò aveva lavorato con noi a teatro ma nesusno faceva ancora parte del gruppo. L’impatto è stato da vergini del genere, sono stati molto liberi. Quello che poi abbiamo fatto con la band prima è stato bello e utile in quegli anni, era finito un ciclo che si stavano ormai trascinando, è stato giusto essere netti e andare oltre.

Nel disco emerge un argomento importante che fa poi parte del titolo, quello della “Rivoluzione”: come mai la scelta di questo argomento e qual è la tua idea di rivoluzione non solo musicale ma anche umana?

Il titolo ha una valenza ambigua, il termine “rivoluzione” è usato sia per segnare il taglio netto musicale e di formazione e quindi la “rivoluzione” dell’Orso come gruppo, sia per segnare una rivoluzione personale e non sociale; penso che per parlare di rivoluzione sociale ci deve essere prima la consapevolezza di farla, non sono a favore di quelli che urlano la rivoluzione senza pensare che prima bisogna formare la gente e farle capire il perché c’è bisogno di una rivoluzione, non basta urlarlo per renderlo vero. La nostra rivoluzione parte dalle piccole cose, la famiglia, sé stessi, il video di “Giorni Migliori” penso sia l’esempio perfetto: fare una cosa piccola senza che nessuno te lo chieda, fare una cosa buona verso l’altro o verso sé stessi senza che nessuno te lo chieda. Partire da queste cose ti porta poi a fare qualcosa di più grande, se non sei il primo a cambiare non puoi spiegare agli altri come cambiare e neanche pretendere che ti ascoltino. Se tu sei una buona persona all’interno della società diventi un’esempio positivo e da questo le persone ne possono trarre tanto senza bisogno di uralre.

L’ultima domanda riguarda il vostro tour, sappiamo che sei appena tornato da alcune date al sud: qual è la tua impressione su come stia andando e soprattuto vedi un cambiamento nel pubblico dopo il nuovo disco?

Una cosa che è cambiata molto e che mi fa piacere è l’atteggiamento del pubblico: prima essendo più intimistico il pubblico era chiamato a partecipare più con l’empatia per le canzoni che trattavano d’amore, eccetera. In questo tour la gente poga, si muove, piange, abbiamo allargato l’aspetto d’emozioni: se nei primi tre pezzi la gente può pogare magari al terzo si ritrova a piangere e al settimo sta ridendo. Sul palco abbiamo l’attitudine di divertire e divertirci. La grande differenza è questo: ora la gente si lascia andare perché non siamo più limitati come prima. E’ molto bello vedere che le persone riescano a sviluppare varie reazioni, il pubblico sta sempre crescendo, vuol dire che i fan di prima son rimasti e molti si stanno aggiungendo e finchè va così, tanto bene. Il tour sta andando molto bene, al sud è stata una figata, un clima bellissimo. A Pescara avevamo deciso di fare l’ultimo pezzo in acustico ma il pubblico ce l’ha proibito nel senso che un tipo ha voluto suonare lui il brano e da quel momento per sei pezzi ha suonato il pubblico e noi siamo diventati i fan. Ora è come se stessimo andando a fare una festa con gli amici, è diventata finalmente una festa ed è un’altra parte della rivoluzione che stiamo facendo e che sta avvenendo almeno col nostro pubblico.

Anche a Mattia abbiamo posto la nostra top #5 domande:

#1 Primo album comprato

Il cd degli Ultra ma da consapevole ho comprato quattro cd: Turbe Giovanili di Fabri Fibra, Background di Bassi Maestro, Rapper Italiano di Bassi Maestro e Ragazzi In Gamba dei Ragazzi In Gamba

#2 Peggior canzone

Rosa di Brunori Sas, è oscena. E anche la frase di Cecco e Cippo “ho fatto un monumento al lardo”

#3 Canzone che avresti voluto scrivere

Con un Deca degli 883 ma anche Rock ‘n roll Suicide di Bowie, Rise dei PIL e tantissime altre

#4 Artista con cui vorresti collaborare

Bowie, se l’hanno fatto i Tv On The Radio e gli Arcade Fire, voglio farlo anche io

#5 Come ti immagini tra dieci anni

M’immagino d’avere fatto almeno cinque dischi, tantissimi esperimenti col rap e l’elettronica, vorrei fare dei videoclip, vorrei che L’Orso diventasse abbastanza solido per poter sperimentare altre cose, fare dieci anni di tour ma passare anche a fare altro, scrivere un altro libro, scrivere dei racconti brevi, fare dei documentari. Spero di ritrovarci qui tra dieci anni per vedere quante canzoni si sposeranno con Rosa e quanti monumenti al lardo si dovranno mettere in musica.

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Pagina fb: L’Orso

Ascolta “Ho Messo la Sveglia per la Rivoluzione” : qui

Intervista di Isabella Ferrari

Ph Gallery di Anastasia Kaos

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