GRANDE RACCORDO ANIMALE: INTERVISTA AD ANDREA APPINO

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Grande Raccordo Animale è l’ultimo disco solista di Andrea Appino, cantante e chitarrista del gruppo The Zen Circus. Con loro siamo abituati dai tempi di “Andate tutti affanculo” a testi che parlano del sociale, dei giovani, con un sound rock, con un Appino nei panni di una rockstar.

Questo disco ci permette di cambiare scenario, una piccola via di fuga nelle strade della musica indipendente, che ci regala reggae, rock mischiato a una chitarra acustica che chiude il disco. Un disco, come dice lo stesso Appino, frutto di tanti viaggi, di una volontà di affrontare nuove tematiche, una bellissima crescita artistica racchiusa in undici tracce.

Dal call center indie di Fasecontrofase, abbiamo deciso di intervistarlo, attraverso una piccola chiacchierata telefonica.

Ecco l’intervista integrale.

Iniziamo parlando del tuo tour, come sta andando?

Il tour sta andando benissimo, mi sto divertendo molto e ci sono sempre molte persone, direi tutto bene.

Come hai già detto in altre interviste Grande Raccordo Animale è basato sulla tematica del viaggio. Come nasce la volontà di distaccarti dagli Zen e fare un disco in cui parli dei tuoi viaggi?

Gli Zen restano la mia vita, le mura che mi circondano. Da solo è sempre tutto più spaesato ma quello spaesamento che un po’ eccita e per questo a volte sento la necessità di fare un disco per i fatti miei. Il Testamento, ad esempio, è stato un disco programmato dove volevo parlare della famiglia e di cose mie personali, questo, invece, è nato in viaggio e obbligatoriamente si è basato su quello. Un viaggio che non è solo esteriormente ma anche interiormente e il disco nasce anche per alleggerire quel peso specifico.

Perché hai deciso di dedicarlo ai viaggiatori?

In realtà non è stata una cosa programmata. Volevo viaggiare, attraverso viaggi di piacere in giro per il mondo, scritte su un taccuino, sono nate queste canzoni che involontariamente sono basate sul viaggio. Non è stato voluto il tema ma per una forza di cose poi il disco si è basato su quello.

C’è stato un luogo in particolare che ti ha colpito di più, che è stato decisivo per il disco?

Sicuramente il deserto in Africa e le Canarie. I posti dove non c’è niente, solo terra, cielo e mare. Ma anche la metropoli perché il disco l’ho finito di scrivere e registrato a New York, quindi c’è una concomitanza di due luoghi opposti.

Noi abbiamo legato il viaggio alla solitudine. Per te c’è stata e come l’hai vissuta?

La solitudine c’è stata, c’era e ci sarà. C’è nella vita di tutti i giorni e per la natura del mestiere che faccio, in cui sono sempre circondato da persona, diventa anche una cosa preziosa. L’ho sempre vista come una cosa che mi spaventava e più passa il tempo, più vorrei vederla come preziosa e bella di cui godere in compagnia. Può sembrare folle ma penso che alla fine se uno sta bene con sé stesso poi stia bene anche con gli altri, se uno sta male con sé stesso dubito fortemente possa riuscirci senza prima aver fatto quel passo.

E quel passo hai già provato a farlo o devi ancora farlo?

No, no, io ci provo ogni giorno, come tutti, combatto a modo mio e vedremo che succederà. Non penso di averlo ancora fatto, se fossi presuntuoso ti avrei detto di sì.

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Parlando di “Rockstar”, la seconda traccia del tuo disco, volevo sapere da cosa derivano quei toni di rassegnazione?

Rockstar non parla di me, in quella canzone narro di questa persona che non vuole né essere una rockstar né un professore e per questo si narra al padre. Volevo raccontare anche di queste piccole cose, di queste persone. Poi penso che ognuno dia un’interpretazione diversa alla canzone e questo è fatto anche un po’ apposta.

G.R.A. può essere considerato uno spaccato della società attuale?

Sì forse sì anche se mai quanto quello che ho fatto in passato. Con gli zen parliamo molto di più di cosa voglia dire vivere in questo paese se hai dai 14 anni agli 80 o anche di più. Quando canto da solo voglio fare un passo indietro, in G.R.A.  parlo di queste cose ma non con l’intento che ho con gli Zen e questo lo faccio proprio per potermi sbizzarrire e poter raccontare altre storie.

“L’isola di utopia”, come mai riecheggiare Thomas More e il bene comune?

Io da piccolo sono sempre cresciuto in ambienti anarchici, tra l’altro qui in toscana c’è sempre un grande fermento. Poi sono un appassionato di filosofia e questo mi porta ad avere una visione filosofica anche sul bene comune. L’utopia di una società senza controllo resta un’utopia, ma di questa utopia si dovrebbe prenderne un pezzetto e metterlo in quello che è il mondo reale, e semplicemente, in quella canzone, dico che bisogna credere nelle cose semplici, nel sole, nella terra, nelle nostre mani, nel caffè e non in tante altre cose che non mi interessano personalmente.

Abbiamo proposto ad Appino la nostro top #5 domande

1# Primo album comprato

Non mi ricordo se Rebel Yell di Billy Idolo o Live at Wembley dei Queen

2# Canzone che avresti voluto scrivere

Blowin in the wind di Bob Dylan

3# Peggior canzone sentita

In realtà non lo so, non ascolto la radio e non ho la tv. La vita è troppo corta per ascoltare brutte canzoni, ma non è buonismo, seriamente non mi viene in mente

4# Artista con cui vorresti collaborare

Direi con Bombino

#5 Come ti immagini tra dieci anni

Spero di stare bene e di continuare a fare cose che mi eccitano, mi esaltano e mi fanno stare bene.

Ascolta il disco qui

Intervista di Denise Rosalie Brazzale e Isabella Ferrari

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