The Tallest Man on Earth @ Alcatraz Milano

15 OTTOBRE 2015.

ALCATRAZ. THE TALLEST MAN ON EARTH.

Alcatraz gremito, sold out per l’esattezza. Noto subito che non c’è nessuno più grande di quarant’anni. Che The Tallest Man On Earth si possa oramai considerare “poeta generazionale” in un epoca in cui le generazioni si fondono? Forse… L’unica cosa certa è che è stato plurime volte paragonato a Bob Dylan cioè al poeta generazionale per eccellenza , al soldato di tante battaglie combattute a suon di note.

Da buona dilaniana sono molto poco incline ad accettare paragoni con l’originale ma trovo che in alcune cose questo cantautore svedese possa assomigliarli: L’aspetto fisico, piccolo-magrolino-biondo. L’esordio, caratterizzato dal solo uso della chitarra classica. La scoperta, ad un certo punto del percorso, della chitarra elettrica. I testi e la capacità di creare a parole immagini reali, tridimensionali. Il fraseggio che, soprattutto nelle ballate, è simile a quello di Dylan. La voce, che sempre nelle ballate si esprime con uno strascinato strafottente.

Questi due punti vengono meno quando il ritmo delle canzoni sale e la voce giovane e fresca fa capolino. Ma che ci posso fare? di Dylan ce ne è uno e The Tallest Man On Earth, sopratutto alle prese con l’ultimo album, Dark Bird Is Home (il terzo prodotto dalla Dead Ocean) , mi risulta un po deboluccio. Shallow Grave (2008), The Wild Hunt (2010), There’s No Leaving Now (2012), avevano tutta un’altra forza.

In Dark Bird Is Home la voglia di arricchire i brani di più apporti strumentali ha fatto perdere un po d’intensità emotiva al tutto. Non mi sento di giudicare male, ognuno ha le sue cadute e sopratutto la voglia di cambiare, di evolversi professionalmente.

Probabilmente tutto quello che ha fatto fin ora cominciava a essergli claustrofobico e come si sa il pubblico è sempre assetato, se non ti rinnovi lui non ti rinnova il suo affetto. Anche Dylan per lo stesso principio ha provato a pubblicare cose un po’ “ardite”…o schifezze, lo dico con tutto l’amore del mondo!! Con tutta questa premessa dovrei smontare anche il live ma in realtà non è così. L’ atmosfera molto raccolta del concerto ha reso tutto intimo e famigliare in modo che tra di lui e il pubblico si creasse un legame ancora più forte di quello che c’è.

Questa cosa si percepiva ed è stata positiva. Il tutto inizia con il suo ingresso in solitaria, lui e la sua chitarra per Moonshiner . Dal secondo pezzo entra la band, quattro musicisti: un giovanissimo violinista, sax, batteria e tasti. Dei 21 pezzi in scaletta 10 sono tratti dal nuovo album. Canzoni eseguite a solo, tutte estratte dai precedenti tre dischi, come Love Is All, The Gardener, A Thousand Ways, Criminals, vengono alternate ad altre eseguite a duo come Little Nowhere Towns, da Dirty Bird is Home, e Where Do My Blubirds Fly da Shallow Grave.

Il resto è eseguito con la band. Nei suoni, ma non solo, il clima è nordico. Le atmosfere che Kristian e la band ricreano sul palco sono quelle di immense distese innevate, specchi d’acqua con nebbiolina annessa, foreste di pini e qua e la qualche cervo.

A metà concerto il singolo che ha lanciato Dirty Bird is Home, Sagres, in assoluto il pezzo più arrangiato di tutta la sua carriera. E poi ancora, 1904, King of Spain, The Wild Hunt, Relevation Blues…pezzi che non hanno bisogno di essere presentati. In chiusura, The Dreamer tratta dall’ep Sometimes The Blues Is Just A Passing Bird e Like The Wheel da the Wild Hunt.

La data di Milano è stata il preludio al tour italiano di febbraio, sotto le date. Dirty Bird is Home non brilla ma non è un motivo per smettere di seguire The Tallest Man On Earth che rimane uno dei migliori songwriter europei degli ultimi anni

Le date:

12 febbraio Torino, Hiroshima Mon Amour

13 febbraio Roma, Roma, Teatro Quirinetta

15 febbraio Bologna, Estragon

Carlotta Garavaglia

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