Zucchero “Black Cat” Sugar Fornaciari

Zucchero, per me, è sinonimo di viaggi in macchina con la mia famiglia ascoltando, nel mangia nastri della Fiat Bravo, Oro Incenso e Birra, Zucchero e Miserere. Probabilmente prima ho imparato a memoria canzoni come Diamante e Con le mani di  Fra Martino e Tu scendi dalle stelle.

Poi, andando avanti, c’ è stata una sorta di disinnamoramento fino a questa mattina, quando, durante l’incontro organizzato da Universal Music e Parole & Dintorni a Palazzo Clerici, ho ascoltato Black Cat, il nuovo lavoro di Zucchero che uscirà domani, 29 Aprile in tutto il mondo.

Una folgorazione: tutto d’un tratto ho ritrovato il sound che tanto mi piaceva, l’inconfondibile blues alla Zucchero, e quel misto di sacro e profano, quasi da rossore alle guance, delle vecchie canzoni. Testi diretti come ganci destri, caciaroni e fanfaroni cosi come pure poesie traformate in ballad.

L’idea per Black Cat è maturata dall’ultimo tour e particolarmente durante le tappe nel sud degli Stati Uniti. Ne ha voluto catturare i suoni, quelli del presente, fatti di città e modernità, e quelli del passato fatti di campi di cotone, prison song e catene tintinnanti.

Ed è così che ora il sacro e profano di casa nostra è un tutt’uno con il sacro e il profano di quei luoghi, tradizioni che si mischiano, velocità diverse che vanno nella stessa direzione e creano il sound di questo album. Atmosfere mistiche, come nella canzone Ten more days, alternate ad altre più giocose e mediterranee come 13 Buone Ragioni.

Black Cat è stato registrato e prodotto in America. Tre produttori diversi, tre sound diversi e tante città diverse. Brendan O’Brien, l’anima rock,  Don Was quella blues e soul e, da ultimo, T Bone Burnett quella roots nonchè l’unico con cui Zucchero non ha mai lavorato finora e al quale ha affidato i pezzi che “andavano stravolti”. Per lavorare con loro e con i musicisti “giusti” ha viaggiato tra Nashville, Atlanta, Los Angeles, Memphis e New Orleans.

Nonostante il mix di persone, idee, sound, panorami e contaminazioni, nonostante la riconoscibilità delle differenze tra le tre anime dei produttori,  Black Cat è a tutti gli effetti un disco di Zucchero. O meglio, un bellissimo disco di Zucchero.

La prima traccia è Partigiano Reggiano, il singolo uscito il mese scorso e subito diventato un tormentone. Una sorta di “sveglia” per i giovani di oggi,  un invito a tirare fuori le palle per migliorare le cose che ci circondano. Senza schieramenti politici ma un unico cuore che batte verso un futuro migliore.  La seconda canzone ha un intro che ricorda tantissimo Diavolo in me, il suo titolo è 13 Buone Ragioni ed è già la mia preferita. Ha un ritmo “felice”, non saprei come descriverlo altrimenti. Chi può resistere ad un ritornello come “ecco 13 buone ragioni per preferire una birra ad una come te e un panino al salame” ?

Partigiano Reggiano insieme a 13 Buone Ragioni e Ti voglio sposare compongono l’inizio esplosivo e caciarone  di questo album che contiene però anche tante ballad come Hey Lord e Fatti di Sogni. La punta di diamante è Voci, il singolo che ha lanciato l’album all’estero. Voci è la canzone “dall’orizzonte aperto” che va dritta al cielo, molto internazionale, molto soul e molto gospel, uno di quei brani che ha un unica contro indicazione: provoca pelle d’oca dal primo millesimo di secondo.

Tanti i musicisti che hanno preso parte a questa avventura tra cui Jerry Douglas alla lap steel, Jim Keltner, Matt Chamberlain e Jay Bellerose alle batterie e due monumenti come Mark Knofler che porta il suono inconfondibile della sua chitarra in Ci si arrende e Bono autore di Steets of Surrender.

Black Cat è un album libero, che fonda le sue radici nella musica afro americana e la percorre nella sua evoluzione, viaggia insieme a lei e si lascia mescolare, prendendo le influenze della musica moderna e dei luoghi in cui è stata.

Ascoltandolo canterete, vi emozionerete, vi sentirete parte di qualcosa.

Carlotta Otta Garavaglia

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